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30/12/2010

Anno Domini 1311-2011. il 23 ottobre Cangrade I della Scala rivive a Verona.

30/12/2010

domenica 10 aprile 2011: passeggiata scaligera in centro a Verona

 

Stregoneria, leggende e misteri

 StregheLa figura del demone o della strega è legata alla stessa natura dell’essere umano  alla sua necessità di credere nel sovrannaturale o alla superstizione e quindi è ben anteriore allo stereotipo collegato al Medioevo. Sin dall’antichità, in parecchie culture,  una particolare deformità fisica, una caratteristica singolare del carattere, facevano di un uomo o di una donna lo stregone, lo sciamano, il demone o comunque colui/colei che ha poteri sovrannaturali, un contatto diretto con la divinità maligna, un essere a volte temuto, rispettato altre volte odiato e perseguitato.
Di certo, quando si parla di Medioevo, e del XIV secolo, è impossibile evitare riferimenti a quel periodo buio caratterizzato dai famosi processi alle streghe, da indicibili torture, da condanne esemplari ed orribili roghi pubblici in nome della "vera fede". Ci sono parecchi libri e siti web dove si possono reperire informazioni a riguardo quindi non mi dilungherò oltre. Seguiranno degli articoli scritti da alcuni membri dell’Associazione Culturale Scaligeri.com che trattano in particolare il rapporto tra stregoneria e i territori scaligeri.

 

AVVISO:       per la scabrosità dell'argomento e per alcuni contenuti particolarmente macabri, consigliamo la lettura solo agli adulti.

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CENNI SULLA STREGONERIA
di Rosanna Mutinelli


Ripercorrere le tappe della stregoneria può risultare assai difficile. Soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto "periodo buio", ovvero quel periodo chiamato "l'era dei roghi" dove la chiesa Cattolica, appoggiata pure dal mondo laico, torturò ed uccise un numero imprecisato di streghe, o presunte tali. Ogni stima delle vittime sarebbe inesatta, si calcola comunque che il numero delle morti causate da questo periodo di isteria collettiva furono molti milioni, e finalmente, dopo secoli in cui la Chiesa ha cercato di giustificarsi con fatti falsi ed artificiosi, come la presunta adorazione del "diavolo" da parte delle streghe, Papa Giovanni Paolo II, durante la messa della giornata del 6 gennaio 2000, ha chiesto pubblicamente perdono al mondo e all'umanità dei crimini commessi contro le altre religioni, ivi compreso il paganesimo, e dei crimini commessi durante l'Inquisizione contro chi era accusato di avere “commerci carnali con il demonio”. La Storia è scritta dai vincitori, e la Chiesa, fautrice di massacri sanguinari come la famosa lotta all'eresia Catara e Valdese, entrambe sfociate nel sangue, con la sua “Santa” Inquisizione, è stata vincitrice, quindi ne ha scritto la Storia. Alcuni autori dicono che le morti durante l'inquisizione siano state molte migliaia, addirittura milioni, altri invece dicono che il numero sia stato decisamente minore, addirittura nell'ordine delle centinaia o delle migliaia di persone.  Nella cultura greca e latina la figura della Strega aveva una propria collocazione, anche se caratterizzata con toni diversi da quelli delle donne malefiche datesi a Satana e al centro della demonizzazione del XIV-XVII secolo. A determinare un profondo cambiamento della Strega e della sua eco di certo ebbe un ruolo fondamentale il contatto con  il mondo cristiano, che considerava ogni espressione della cultura pagana una chiara testimonianza del culto di Satana.
Lamiae, maleficae e striges erano termini utilizzati per indicare delle donne dedicate al maleficum, con caratteristiche che saranno anche in parte rinvenibili nella strega medioevale. Dunque, la Lamia, di cui abbiamo anche testimonianza nell'Antico Testamento (Is 34, 14) può essere ritenuta l'archetipo della strega, con tutte quelle temibili caratteristiche che accompagnarono l'operato delle streghe travolte dalla caccia fino al XVIII secolo.
Le striges erano ritenute capaci di mutarsi in uccello per commettere le loro nefandezze: infatti la strix era un'uccello notturno avvolto da un simbolismo oscuro e inquietante. Questa era la visione della Strega presso l'area latina nell'epoca pre cristiana.


LE ORIGINI DELLA PERSECUZIONE
La persecuzione nei confronti delle Streghe ha origini molto antiche nella storia Cristiana, ed è da ricercarsi nel profondo disagio sociale presente all'epoca. Al contrario di quanto si possa pensare le persecuzioni non iniziarono nel XIV secolo, ma già nel 340 d.c. con le prescrizioni del Concilio di Alvira che miravano a punire chiunque procurasse la morte con l'ausilio della magia, e del Concilio di Ancira (314) contro i praticanti la magia nera ed il maleficio. La storia continua con l'ambiguo Editto di Rotari (643) che condanna le streghe e la stregoneria, ma al contempo indica i provvedimenti da adottare nei confronti di chi avesse arrecato danno alle streghe, in quanto le considerava come donne che non possedevano alcun potere, ma che erano vittime della loro stessa superstizione e di quella degli altri, considerandole quindi alla stregua di semplici pazze. In seguito l'Editto di Liutprando (727) pone maggiore attenzione sull'aspetto eretico, dal quale risulta che la stregoneria, a causa del suo atteggiamento pagano, offendeva profondamente la religione cristiana. E' importante notare come, nei testi alto-medioevali, i giuristi consideravano le streghe (striges, strigae, lamiae) come "demoni femminili pagani, dediti a truculenti rituali notturni, ai rapimenti dei bambini per succhiar loro il sangue." (La Stregoneria, Massimo Centini ed. Xenia tascabili).
Nel Decretum (1138) pur conservando la tesi del Bucardo di Worms (1025) che alcuni aspetti, come il volo, fossero irreali, sosteneva il rapporto tra i praticanti ed il diavolo. Tra il XI ed il XIII il dibattito sulla stregoneria passò in secondo piano rispetto all'insorgenza delle eresie Catare e Valdesi, ed anche i vari processi contro maghi e streghe diminuirono al punto di essere trattati pochi casi di stregoneria nella prima metà del  X-III secolo. Fu con la seconda metà del secolo che gli inquisitori tornarono ad occuparsi di stregoneria grazie anche al fatto che nel 1218 Federico II decise che la stregoneria fosse giudicata come crimen lesae maiestatis, in quanto era un'offesa alla maestà divina. Nel 1231 il Papa accolse questa decisione nell'Excommunicamus sancendo che pertanto streghe e stregoni potevano essere bruciati sul rogo. Finì così l'era in cui  la strega veniva punita con la sola scomunica ed iniziava l'epoca dei roghi. Papa Innocenzo III nominò dei Legati, creando così l'Inquisizione Legatina, indipenente dall'autorità dei vescovi che non riuscì tuttavia ad arrestare le suddette  eresie Catare e Valdesi. La bolla papale Ad extirpanda concesse un maggiore potere agli inquisitori. Il 22 agosto 1320 il Papa   dava ordine agli inquisitori di Carcassonne e di Tolosa di intervenire contro coloro che utilizzavano i cosiddetti "illeciti magici". Nello stesso anno Bernard Gui, nella sua Practica inquisitionis haereticae pravitatis dava ampio spazio al modo di interrogare gli accusati di stregoneria. Il 14 agosto 1374 Gregorio XI invio al domenicano Giacomo de Moreria, allora inquisitore in Francia una lettera che chiedeva di provvedere contro coloro che erano accusati di avere stretto patti con Satana. Nel 1420 videro la luce tredici trattati sulla stregoneria, mentre nei cinquanta anni successivi il numero salì a ventotto.In questo clima due domenicani, Heinrich Institor (Kramer) e Jackob Sprenger, basandosi sulle loro esperienze come inquisitori in Germania furono incaricati di redigere un volume sulla stregoneria. Nacque così il Malleus malleficarum (Il martello delle streghe). Era l'inverno tra il 1486 ed il 1487 quando il volume vide la luce a Strasburgo. Iniziò così il lungo inverno della storia delle Streghe. Iniziò l'era dei roghi.  Nei secoli la Stregoneria è stata perseguitata da molte parti. Sia il potere politico che quello ecclesiastico hanno infatti tentato di reprimere questo movimento imputandolo al Demonio. Il momento di maggiore intolleranza lo abbiamo avuto con l'avvento della Santa Inquisizione e del cosiddetto periodo (o era) dei Roghi. Molto spesso in realtà non furono le streghe ad essere bruciate vive, ma soltanto delle pazze visionarie, coloro che soffrivano di epilessia o chi aveva dei nemici. Il tribunale dell'Inquisizione infatti molte volte condannava gli imputati a morte per i motivi più frivoli, un'indizio sicuro di stregoneria ad esempio era il fatto di non essere mai visti piangere durante l'interrogatorio.
Le persone uccise in tutto sono innumerevoli, in alcuni testi si parla addirittura di nove milioni di persone, cosa non difficile da immaginare, soprattutto se si pensa che questa cosa ha coinvolto tutto il mondo per oltre cinque secoli. In Francia dal 1682 sono state abrogate le leggi contro la stregoneria. In Gran Bretagna le leggi furono applicate fino al 1736, anche se furono realmente abrogate soltanto nel 1951. Diciamo che, escludendo casi sporadici, la persecuzione cessa del tutto all'inizio del XIX secolo.

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Streghe nel Veneto di Rosanna Mutinelli


Nelle credenze popolari, per strega si intendeva un essere di sesso femminile, immaginato in genere con l’aspetto di una vecchia bruttissima e ripugnante, fornita di poteri magici, in rapporto col demonio e volta a fare del male.
La nostra tradizione parla di una varietà di streghe :
le Gatte Masciare, Streghe Marine, Zobiane, Beate Donnette, Bele Butele, e cambiano nome a seconda dei loro intenti in Vecie Barbantane (in genere brutte e perverse).
Le pratiche, le credenze, variano di molto fra luogo e luogo e usano diverse parole, diversi approcci alla natura.
Un tempo si ricorreva alla magia soprattutto per due motivi : la malattia e l'amore.
Le donne la usavano per trattenere i mariti o gli amanti, gli uomini per liberarsi dall'impotenza attribuita a fattura.
Le streghe furono il fenomeno caratterizzante del Medioevo, tanto da venire accusate di rapporti spirituali e carnali con il diavolo e fu per questo che possedevano poteri magici, come volare o comandare la volontà altrui.
La strega usava oggetti sacri rubati nelle chiese, come le tanto favoleggiate ostie risputate, l'olio santo, la corda della campanella, briciole di altare ecc.

El ghe farìa fin senso
el ghe vignarìa afàno
veder sta bruta bestia
che sensa remissiòn
la te impesta le vissere
ogni giorno cressa
fin a spolparte tuto
fin che te resta ossi.

Maledizione di strega veronese
 

Da ricordare che il 13 febbraio 1278, 200 persone (Catari e Valdesi) venivano arsi vivi nell'Arena di Verona con l’accusa di eresia e stregoneria.


Bibliografia

Materiale tratto da
http://wiccanspirit.altervista.org/Storia.htm
http://digilander.libero.it/comunedibevilacqua/streghe.htm

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GLI ESSERI IMMAGINARI DELLA LESSINIA
Personaggi fantastici del medioevo veronese

di Rosanna Mutinelli

Presso il museo Etrusco di Volterra è esposta una vecchia carta della Penisola su cui sono tracciate le fasce di diffusione e influenza delle Genti Italiche.
In corrispondenza della provincia di Verona i limiti sfumano, e vengono indicati grossolanamente a nord i Reti, ad est i Veneti e a sud gli Etruschi.
Risulta evidente che la strategica posizione geografica del veronese ha favorito nel corso dei secoli la formazione di un humus folkloristico di particolare pregnanza.
Le immigrazioni, avvenute in epoca medioevale, di popolazioni di lingua e cultura tedesca sull’altopiano della Lessinia, oltre ad aver sollevato secolari problematiche e interpretazioni su motivazioni, tempi e percorsi, hanno trascinato con loro una ricchezza leggendaria del massimo interesse.
Alcuni studiosi, Piero Piazzola, Attilio Benetti, Ezio Bonomi e Giuseppe Rama, hanno analizzato a lungo le caratteristiche, la posizione geografica e la pregnanza culturale delle creature immaginarie nate intorno al 1000 d.C. nella zona della Lessinia centro-orientale e la loro diffusione nelle zone più basse della provincia.
Gli esseri leggendari esaminati si sono diffusi originariamente attorno ai versanti della Val d’Illasi interessando villaggi come Giazza, Velo Veronese, Camposilvano, Campofontana, San Bortolo delle Montagne, Sant’Andrea, per scendere a sud fino a Roverè Veronese e Badia Calavena, e a sud-est fino a Bolca.
Nella descrizione di queste fantastiche creature emergeranno similitudini e varianti sia nella persona, nel comportamento e nella denominazione, anche se la distanza territoriale è di pochi chilometri l’una dall’altra.
Si tratta di FADE, ANGUANE, GENTI BEATE, ORCHI e un animale fatato, il  BISSO GALETO.

Le FADE

Le Fade di Badia Calavena, Sprea e San Bortolo, apparivano di indole mutevole, a volte gentili e buone, altre dispettose e cattive, pronte all’occorrenza a trasformarsi in serpi o rospi.
Prima del Concilio di Trento frequentavano abitualmente paesi e contrade, non disprezzando di accoppiarsi con uomini ignari della loro vera identità: i matrimoni però non duravano mai molto, concludendosi il più delle volte in modo spiacevole o addirittura tragico.
Insegnavano agli uomini le tecniche di manipolazione di latte, burro, formaggio, ricotta, ma, anche, disfacevano i filati delle donne, sporcavano la biancheria, tagliavano vestiti e trecce, mescolavano la farina con il riso, annodavano le lenzuola, rubavano posate, stoviglie e animali da cortile e si diceva, facessero parlare buoi e vacche.
Era in fondo una negatività poco rilevante rispetto all’efferato costume di cibarsi di carni umane mentre tenevano banchetti e balli notturni nei cimiteri.
Di giorno indossavano lunghe gonne di seta ornate da grembiuli neri orlati di pizzo; ai piedi portavano pantofole di velluto e coprivano il capo con cuffie e fazzoletti. La notte si avvolgevano in ampi mantelli scuri e così nascoste lasciavano le contrade per recarsi nelle caverne a danzare al suono di gigli e gelsomini.
Se queste sono le caratteristiche delle Fade di Badia Calavena, diverse sono quelle di San Bortolo, un paesello separato dal primo, in linea d’aria, soltanto da due chilometri. Quest’ultime, pur mantenendo l’usanza di cibarsi di carne umana, mostravano connotati più selvatici: piccole, brutte, tarchiate, con le mani coperte di pelo e zoccoli al posto dei piedi. Diversamente dalle Fade di Badia, queste trascorrevano le giornate tra le rocce e le pietre sottoforma di rospi o serpi, aspettando la notte per agire.
Agli abitanti del luogo era vietato uscire la sera dopo il suono dell’AveMaria, perché esse cominciavano ad aggirarsi intorno alle stalle dove si tenevano i filò chiedendo: “Gh’è braghe sui scani?” cioè se ci fossero uomini. Se qualche sventurata negava loro entravano e rapivano donne e bambini.
Gli stessi montanari potevano essere catturati da queste crudeli creature. A volte venivano smembrati e una loro coscia veniva inchiodata per disprezzo sulla porta di casa o della stalla.
Anche le imprese delle Fade di San Bortolo finirono con il Concilio di Trento e, maledette dal cardinale Borromeo, si ritirarono rabbiose nelle grotte, lasciandovi nell’ingresso le impronte delle mani e dei piedi.
Le Fade del settore montuoso ad ovest della Val d’Illasi erano descritte frontalmente come ragazze di grande bellezza e leggiadria, ma dalla schiena concava, gambe e braccia setolose e piedi caprini, e tutto coperto da lunghe vesti. Degli arnesi umani usavano solamente il fuso chiedendolo spesso in prestito alle donne nei filò, ma l’accesso nelle stalle era spesso vietato dalla gelosia delle popolane. Perciò anche queste Fade prima di avvicinarsi esclamavano: “Limpe lampe, gh’è braghe so ‘l scano?” se la risposta era affermativa dovevano rimanere fuori.
Sulla bruttezza del loro corpo si racconta che un giovane osò strappare le loro vesti per mostrarne i difetti. Furibonde da tanta arroganza, smisero di regalare gomitoli di lana alle ragazze da marito e da allora mutarono il loro comportamento: presero a schiavizzare gli uomini, rapire bambini, strangolare donne. Tutto questo durò fino al Concilio di Trento, quando il Borromeo le relegò per sempre negli antri lessinici da dove potevano muoversi soltanto di notte, senza disturbare nessuno.
All’interno delle grotte vestivano una tunica di pelle di cane nero, stretta in vita da una vipera viva. Ospiti abituali delle loro abitazioni erano animali ambasciatori di morte (civette e allocchi) e altri che suscitavano paura o ribrezzo (ragni, pipistrelli, lupi). L’allocco era identificato come il guardiano degli antri abitati da Fade e Orchi, quindi se se ne vedeva uno infilarsi tra le rocce si era certi che quello era il rifugio di uno di loro.
Una curiosa attività delle Fade (ma anche delle Genti Beate e delle Anguane) era quella di stendere immensi bucati sopra un canapo fissato tra due speroni rocciosi a cavallo di una valle. A volte sostituivano il canapo con un invisibile filo emesso da un ragno gigante dagli occhi fosforescenti tenuto in spalla da un Orco: in questo modo si impediva agli uccelli di imbrattare il bucato di escrementi. Questa operazione era compiuta dalle Fade nei giorni senza la erre, mentre ragno e Orco agivano nei giorni con la erre.
Benché dopo il Concilio di Trento uscissero solo di notte, potevano mostrarsi agli uomini sotto forme maliose, seducendoli e costringendoli a lavorare nelle grotte. Le donne e i bambini che passavano davanti ai loro antri correvano pericolo di vita: le prime venivano strangolate, i secondi divorati o barattati con le streghe in cambio di unguenti. Un segno di croce bastava per sottrarsi agli agguati e farle svanire in una sulfurea fiammata.
Fade leggendarie furono: Aiza, Maiza, Aliza, Calamita, Graziosa.
L’origine delle Fade era certamente benefica, ma la diffidenza degli uomini ne mutò in negativo il comportamento. Fin quando vissero in concordia con la popolazione svelarono numerosi segreti per migliorarne il tenore di vita e alleviare la fatica, come, ad esempio, le tecniche per lavorare il latte e i suoi derivati.
Le Fade del Monte Sabbionara insegnarono alle donne come usare la fine sabbia della zona per lucidare rame e ottone, ma anche in questo caso il dubbio originò cattiverie e malignità, fino all’accusa di cibarsi di carne umana e di assassinare uomini e donne. Cosi per vendetta si misero davvero a praticare queste terribili azioni e lasciarono il mondo degli uomini per ritirarsi per sempre nelle grotte.
La descrizione fisica delle Fade è  grossomodo questa: femmine attraenti relativamente alla parte anteriore del corpo, ma dotate di schiene cave come scheletri. Eleganti nel vestire, indossavano scarpette con i tacchi sottili che lasciavano inconfondibili impronte all’ingresso dei covoli.
Frequentavano i filò ma prima verificavano l’assenza degli uomini, in caso contrario non entravano. Vivevano felici nelle grotte cantando e lavando bucati, che poi stendevano. In qualche caso si maritavano con gli uomini, ma se rimanevano incinte le compagne le isolavano. Gli aspetti più truci del carattere si  incentravano sul divorare bambini e inchiodare cosce sulle porte delle stalle. Si racconta che all’interno dei covoli di Velo, una delle loro dimore preferite, sono state rinvenute un così gran numero di scarpette di bimbo da non poterle numerare.

Le ANGUANE

Procedendo verso est , ossia in direzione del Vicentino, la sfera leggendaria privilegia la figura dell’ANGUANA a scapito delle FADA.
Le Anguane o Bèle Butèle di Campofontana abitavano un covolo dietro il Sèngio del Fantalon, o Sèngio Rosso, che si trova sotto la cima del Monte Telegrafo, dove risiedevano in compagnia di Camìlgiar, un mago molto buono sempre pronto a soccorrerle facendo sgorgare per loro nuove sorgenti. Aiutavano le donne di Campofontana a fare il bucato e a cardare e filare la lana: questo servizio, peraltro prestato senza interesse, veniva effettuato solo se la biancheria e la lana erano di colore perfettamente bianco, in quanto non sopportavano in alcun modo di trattare panni scuri, specialmente neri.
Allo stesso tempo però si vestivano di nero, mostravano una bella presenza e si mescolavano alle donne del paese.
Lavoravano la notte, stendendo lunghe funi di canapa dal covolo alle purghe di Bolca, Durlo e Velo per asciugare i panni. Il mattino seguente le donne del paese si recavano al Pozzo dei Seraldi per ritirare il bucato pulito. All’Ave del mattino si rintanavano nelle grotte per uscirne solo al suono dell’Ave della sera. Grazie a loro per lungo tempo il paese fu ricco di sorgenti ma, dopo il Concilio di Trento, si rifugiarono nei Covoli di Velo e da quel giorno le fontane di Campofontana si seccarono.

Le GENTI BEATE

Le figure immaginarie dell’area di Giazza erano le Genti Beate, chiamate in cimbro Sèalagan Laute. Erano descritte come streghe malvagie abitatrici di una grotta in Val Fraselle (il Sealagankùval) situata presso la Roccia dei Capretti o Kitzarstùan.
Indossavano abiti splendenti sul davanti, ma dietro si proteggevano con vile scorza di abete. Si nutrivano di animali del bosco e a volte scendevano a Giazza.
Celebre era la processione tenuta in occasione della Notte dei Morti compiuta reggendo in mano un tizzone acceso usato come una torcia, che non era altro che l’ardente braccio di un cadavere. Anche loro lavavano i panni stendendoli sopra una corda attraverso le valli di Fraselle e Rivolto, cioè dalla Gròl al Campostrìn fino alla Ròateban, lanciando acuti gridi per impedire agli uccelli di sporcare la biancheria. Come le Fade, qualche volta rapivano, uccidevano e si nutrivano di uomini, donne e bambini.

L’ORCO

L’Orco (Orke in taucias) convogliava in sé il temperamento dell’entità demoniaca, capace di materializzarsi nelle forme più svariate, animate o meno, come le Fade, le Anguane e le Genti Beate, assiduo frequentatore dell’universo sotterraneo. Nel territorio giazzese, soprattutto, gli si affiancano attributi rivelatori del tratto maligno, come ad esempio il farsi messaggero del diavolo, per portare funeste ambasciate e carpire anime, circostanze in cui a volte lo vogliono lui stesso un demone. La cosa fondamentale per evitare le insidie era non rispondere alle domande degli sconosciuti, perciò gli anziani ammonivano i giovani a non dialogare con gli estranei, mentre sulle culle si incideva il simbolo crociato a protezione dei neonati, preda prediletta delle sue scorrerie.
Viveva nei covoli e doveva frequentarne più di uno visto che, solo a Giazza ne aveva due, uno in prossimità del Ràut  e un altro appena sotto il Campostrìn, chiamati con l’appellativo di Orkarlòuch. Come le Genti Beate, con le quali vincoli ed azioni si intrecciavano, usciva preferibilmente la notte, in particolar modo durante l’Avvento. Quando veniva smascherato si dileguava repentinamente sotto forma di fitta nebbia o di fiamma.

Il BISSO GALETO (Basilisco)

Questa creatura aveva il busto e la testa di gallo, quest'ultima sormontata, da una cresta squamosa rossa che somigliava ad una corona. Possedeva inoltre grandi ali spinose e coda di serpente.
Nasceva da un uovo deposto di tanto in tanto da un gallo anziano. L'uovo doveva essere sferico e doveva essere covato da un serpente o da un rospo, questo processo poteva prolungarsi fino a nove anni. Il suo sguardo inceneriva, seccava le piante e contaminava le acque. Poteva essere ucciso solo mettendolo davanti ad uno specchio sul quale poteva vedersi riflesso. Viveva nei boschi, nelle vallate e tra le rocce, ma quando entrava in una casa, di solito durante la notte, alitava sui dormienti e la sua saliva consumava lentamente i malcapitati abitanti.
Il Bisso Galeto si mostrava come un piccolo serpente, lungo dai venti ai trenta centimetri e nonostante questo era la creatura più mortale in assoluto. Era infatti velenosissimo ed era in grado di uccidere con il solo sguardo. Qualunque essere vivente entrava in contatto con il suo fiato o veniva morso moriva sul colpo. All’occorrenza però poteva anche aumentare la sua statura a dismisura.
Alla popolazione si consigliava di non girarsi mai se si sentiva un fruscio, o un sibilo, o uno strano suono rauco quando si percorreva una via, specie se isolata o tra i boschi, anzi di affrettare il passo e di allontanarsi in fretta da quel luogo.
Secondo alcune leggende medioevali, se un cavaliere cercava di colpirlo con la lancia, il veleno vi si infiltrava immediatamente uccidendo cavallo e cavaliere. Nonostante la sua apparenza invincibile, il Bisso Galeto aveva due nemici mortali: le donnole, che però morivano sempre anche se riuscivano ad ucciderlo, ed i galli, il cui canto gli era letale.
Quando si diffuse intorno al 1400 la sifilide, la causa della malattia, allora mortale, venne attribuita al veleno del mostro lussurioso che contagiava e confondeva, enigmatico e malefico, e che aggrediva improvvisamente l’uomo ingenuo e ignaro. Simbolo del maligno, rappresentava esso stesso il diavolo in carne e ossa.

Un pizzico di storia e considerazioni

La comune e definitiva sorte degli esseri fantastici della Lessinia risale alla condanna emessa nei loro confronti ad opera del Concilio di Trento (1545 – 1563). Condanna immaginaria ovviamente, come il presunto passaggio del cardinale Borromeo nella zona, visto dalla tradizione popolare come il personaggio che raccolse le lagnanze dei montanari e le portò ai padri conciliari.
Probabilmente all’oscuro delle reali motivazioni che animarono l’annosa assise e anche a causa di mirate distorsioni di religiosi interessati ad estirpare la superstizione dalle menti della popolazione, molti attribuirono al Concilio il merito di aver decretato il confinamento di Orchi, Fade, Anguane e Genti Beate nelle grotte. In effetti nella favolistica lessinica spesso la narrazione termina con il chiarimento: “Queste cose accadevano prima del Sacro Concilio di Trento…”
Più difficile spiegare il coinvolgimento del Borromeo dato che nessuna testimonianza certificata ne attesta il reale passaggio tra le montagne in questione.
La tradizione comunque lo descrive pellegrino tra le contrade e i paesi del veronese prima di giungere al termine del suo viaggio, e numerose leggende ed immagini devozionali celebrano un evento mai documentato.
Si narra che l’Orco stesso tentò di fermarlo opponendogli una gigantesca catasta di abeti, ma inutilmente. Giunto a Trento il cardinale convinse l’assemblea a maledire Orchi e Fade, facendoli relegare in eterno nelle numerose grotte dei Lessini, dove non potessero nuocere se non ai temerari.
Certo il timore non scomparve mai e numerose immagini votive poste ai crocicchi delle strade a al limitare delle contrade invocano una protezione non sempre dettata dal puro atto devozionale.

Tenendo presente che le popolazioni di lingua venetica provennero presumibilmente dall’area  danubiana e altobalcanica, ovvero dal milieu della civiltà comunemente chiamata ‘illirica’ occorre dire che prima della colonizzazione romana, primo millennio a.C., i Veneti mantennero l’indipendenza nei confronti degli Etruschi prima, e dei Celti poi. Nonostante questo, una fetta di territorio fu oggetto di occupazione da parte di popolazioni celtiche o celtizzate come i Cenomani, i Reti e i Carni, che influirono notevolmente sul loro fondo culturale e religioso.
I Celti, prima di subire influssi romani, erano contrari ad attribuire sembianze umane alle divinità e praticavano i loro riti a cielo aperto rivolgendoli ad alberi, rocce, sorgenti… Nacquero così in gran parte dell’Europa continentale geni e spiriti i quali, solo in epoca successiva, vestirono forme umane pur mantenendo tracce dello zoomorfismo originale.
Questo accadde anche in Lessinia, dove l’antropomorfismo di Fade, Anguane, Genti Beate, rivela ancora il persistere di tratti animaleschi, sottoforma di zoccoli, corpi ricoperti da corteccia, possibilità di trasformarsi in animali, frequentazione di grotte e sorgenti. Possiamo anche aggiungere che la zona in questione, a causa dell’isolamento in cui è vissuta a lungo e grazie all’immigrazione di popolazioni tedesche nelle quali più fortemente radicati erano i sentimenti naturalistici, rivela una complessità mitologica del massimo interesse.
Riguardo agli esseri immaginari in questione una decisiva opera di demonizzazione va sicuramente imputata al Concilio di Trento, o meglio a quanto di questo è stato propagandato presso le popolazioni della zona.
Fade, Anguane e Genti Beate smisero l’abito di ingenue fatine e furono costrette ad indossare quello ben più pesante della malvagità spinta al cannibalismo tipico delle streghe. I riflessi del Malleus e dell’Inquisizione giunsero fin qui spazzando le antiche religioni nel buio di antri e caverne, dove vien fatto divieto uscirne e agli uomini di cercarle.
E’ la nuova religiosità cattolica della Controriforma ad imporsi, specialmente nei confronti dell’Orco, il cui nefasto comportamento presuppone un giudizio morale più profondo ed evoluto rispetto a quello più angusto delle compagne. Risalta il sillogismo cristiano: male-peccato-morte. In lui si intravede  una creatura rivoluzionaria finalmente moderna, trasformata per volere cristiano da abitatore delle grotte ad inquilino degli Inferi. Fino ad indossare i panni stessi del diavolo.


Bibliografia

- “CIMBRI - Tzimbar” numero 11, 1994
- AA.VV., Orchi Anguane Fade in grotte e caverne. Dalla tradizione cimbra ai miti delle Venezie, Vago di Lavagno (Verona) 1992 :
1) P. Piazzola, Creature della fantasia popolare tra l’alta Val d’Illasi e l’alta Val di Chiampo;
2) A. Benetti, Le Fade e gli Orchi dei monti Lessini;
3) E. Bonomi, I fantastici abitatori dei covoli e delle grotte della Lessinia;
4) G. Rama, Grotte e immaginario in Val Fraselle e nel vicino villaggio di Giazza.
    G. Rama, Il Basilisco: un essere immaginario tra mito e realtà, 1995


 


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