EZZELINO DA ROMANO (1194-1259) di Fabio Carlo Sansoni Gli Ezzelini (o Ecelini) sono una importante famiglia medioevale veneta. Di probabile origine tedesca si stabilirono presso il castello di Onara (oggi frazione di Tombolo) dal 1035 al 1199 e per questo furono ricordati nei documenti dell’epoca come Ecelini de Onara. Successivamente, dopo la distruzione del castello di Onara, la famiglia si trasferì nel castello di Romano dal quale i discendenti presero il nome. L’esponente più noto della famiglia degli Ecelini è senza alcun dubbio Ezzelino da Romano III, detto il Terribile, figlio di Ezzelino II il Monaco e di Cunizza da Romano, signore e padrone di Verona, di Bassano e Marostica e di gran parte dei territori del Veneto, Vicario Imperiale e Reggente della Marca di Verona e in seguito della Marca Trevigiana. Quando il padre, Ezzelino II, s’era ritirato a vita monastica, lasciò al figlio Alberico i feudi di Treviso, e ad Ezzelino III i territori di Bassano e Marostica e tutti i castelli situati sui colli Euganei. Già a vent’anni aveva manifestato le sue speciali attitudini per la guerra, unite ad una personalità incline alla simulazione, e al complotto di certo straordinari per la sua giovane età. Fu considerato da molti un combattente audace, astuto ed instancabile, anche se particolarmente crudele, insensibile ad ogni tipo di pietà. La sua sete di potere era smisurata e non si fermava davanti a nulla pur di saziarla. Fu certamente un uomo di parte e delle fazioni si servì abilmente per ingrandire i suoi feudi e accrescere il proprio potere personale. Ezzelino sostenne la causa imperiale per gli aiuti che da essa ricavava nella lotta contro i Comuni in cambio della sicurezza nella valle dell’Adige e nella Marca Trevigiana, perché l’Imperatore era il più potente nemico dei suoi nemici, ossia tutti coloro che ostacolavano i suoi piani in qualsiasi maniera. La Verona Comunale era divisa tra i partigiani del conte di Sambonifacio, la parte dei Montecchi, la consorteria dei Quattroventi, il Vescovo, i magnati, i guelfi in genere che non perdevano occasione per alimentare la guerriglia contro i sostenitori dell’Impero. Dal 1225 al 1230 fu podestà e capitano del popolo di Verona. Inizialmente simpatizzante per la Lega Lombarda ben presto gli volse le spalle per schierarsi definitivamente con L’Imperatore Federico II di Svevia che lo nominò Vicario Imperiale in Lombardia dando la possibilità a Ezzelino di sottomettere al suo volere un territorio vasto che andava da Brescia a Padova.
Nel 1233 Ezzelino distrusse il castello di Caldiero, in provincia di Verona, esistente sul Monte Rocca. Il 16 agosto del 1236 convinse Federico II , che si trovava in Germania, a scendere in Italia: cosa che puntualmente fece passando per le vallate di Trento unendosi alle forze di Cremona, Parma, Modena e Reggio, e mettendo a ferro e a fuoco i dintorni di Mantova, Brescia e Vicenza. Dopo di che se ne tornò in Germania per regolare i conti col duca d’Austria, lasciando il comando ad Ezzelino. L'imperatore concesse al fedele Ezzelino una guarnigione per metterlo al sicuro dai moti e dalle minacce popolari che serpeggiavano nei domini soggetti alla famiglia degli Ezzelini. Ezzelino era un combattente temibile e incuteva un vero terrore nell’avversario: quando passava a cavallo, seguito dalla sua guardia personale composta da 400 fedeli cavalieri tedeschi coperti di pesanti armature e a cavallo di destrieri bardati di placche di ferro e cuoio bollito, la gente era talmente spaventata che di lui non notava la bassa statura o l’incipiente vecchiaia, ma la ferocia dello sguardo che da sola bastava a scoraggiare qualsiasi tentativo di resistenza. Nel 1237, Ezzelino si fece consegnare dall’Imperatore anche Padova, città molto più forte, più ricca e potente delle due che già controllava. Per domare questa città, che era avvezza a tutte le libertà dei regimi popolari, fece arrestare tutti coloro che per cultura, per casato e per benemerenze avevano acquistato la stima della cittadinanza. Ordinò che le case dei carcerati e dei fuoriusciti fossero rase al suolo e che i giovani rimasti in città dovessero entrare in corpi di leva, per non sfuggire al suo controllo e alla terribile disciplina del "mestiere delle armi". Dopo la vittoria di Cortenuova contro i comuni lombardi, nei pressi di Bergamo, il 27 novembre 1237, Federico II di Svevia gli dette in sposa una sua figlia naturale, Selvaggia. Il 22 maggio 1238, giorno di Pentecoste, nella Basilica di San Zeno (Verona), Ezzelino III sposò la figlia dell'imperatore e divenne così, con l'appoggio dell'imperatore e dei suoi consiglieri (fra cui l'astrologo Guido Bonatti), Vicario imperiale per tutti i paesi tra le Alpi di Trento e il fiume Oglio. Tutta quest'area, del resto, era già di fatto sotto la giurisdizione di Ezzelino che s'era guadagnato l'obbedienza dei suoi sudditi grazie alla sua efferatezza e alle sue più raffinate crudeltà. Uno degli aneddoti più noti che illustra la ferocia del temibile condottiero si riferisce ad una disumana strage di prigionieri. Una volta, infatti, fece murare le porte delle prigioni, rigurgitanti di tanti suoi avversari, e le grida degli affamati - che generavano terrore in tutta la città - sembra che procurassero al tiranno uno speciale piacere, mentre in un sol giorno, nel 1239, assistette come ad uno spettacolo al supplizio di diciotto padovani nel Pra della Valle. La morte nel 1250 di Federico II non comportò la fine di Ezzelino III. Selvaggia era morta e Ezzelino sposò in seconde nozze la bella, e assai giovane, Beatrice dei Bontraversi di Padova. L’amore per la giovine sposa non placò il desiderio di potere del vecchio condottiero che non smise mai un momento di guerreggiare. Accusato di efferatezze e di eresia, nel 1254 fu scomunicato da papa Alessandro IV, al secolo Rinaldo Segni, grande avversario della fazione ghibellina, che sperava di sbarazzarsi in tal modo di un formidabile ostacolo alla sua politica anti-imperiale. Ogni anno nel giorno del giovedì santo veniva confermata la scomunica contro il tiranno davanti a tutti i pellegrini che accorrevano a Roma per le feste pasquali. Nel mese di marzo 1256 Azzo VII, podestà a vita di Ferrara, ricevette da Filippo, arcivescovo di Ravenna, l'incarico di condurre una "crociata" contro Ezzelino, padrone assoluto di Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno, mentre Treviso era sotto il dominio di suo fratello Alberico. Solo Trento, conquistata da Ezzelino III nel 1241, era nel frattempo riuscita stabilmente a liberarsi nel 1255. Alla "crociata" contro Ezzelino III parteciparono, partendo dalla Torre delle Bebbe, il presidio veneziano i soldati di Venezia, Bologna, Mantova, il conte di San Bonifacio e molti altri signori. Mentre Ezzelino era occupato nella conquista di Brescia, i "crociati" di Azzo VII si impadronirono il 19 giugno 1256 di Padova, anche perché Ezzelino, fidandosi solo delle soldatesche stipendiate della Germania e sospettando dei 10.000 padovani coscritti nelle sue milizie, li aveva fatti chiudere dapprima nell'anfiteatro di Verona, poi a piccoli gruppi nelle prigioni dei suoi vari domini e in pochi giorni se ne era disfatto, lasciandone uno solo in vita. I "crociati" dal canto loro non seppero profittare del loro vantaggio nel corso della prima fase della guerra contro Ezzelino III, perché le loro forze erano sparse e i loro signori divisi. Per ben due anni si trascinò pertanto una guerra di agguati e di mischie sanguinose, durante i quali Ezzelino III riuscì a impadronirsi di Brescia nel 1258. Le amicizie e le alleanze sulle quali Ezzelino III da Romano contava, gradatamente gli vennero comunque meno e se il fratello (con cui era entrato in litigio nel 1239) si riaccostò a lui, vecchi alleati e amici - come Oberto Pelavicino - finirono col raggiungere le fila dei "crociati", promettendo danaro e uomini per abbattere il tiranno. Ghibellini e guelfi si trovarono così uniti e una peculiare alleanza fu dunque stretta tra le due fazioni l'11 giugno 1259. Che le ragioni dello scontro fossero però essenzialmente politiche ce lo dimostra il fatto che Ezzelino fosse invocato dai ghibellini di Milano per contrastare i guelfi. Passò pertanto l'Oglio e l'Adda con un forte esercito, per tentare di impadronirsi di Monza e di Trezzo. Il popolo milanese a sua volta rispose armandosi e andandogli incontro. Oberto Pallavicini a capo dei cremonesi, il marchese d'Este a capo dei ferraresi e dei mantovani, si impadronirono tuttavia di Cassano d'Adda e tagliarono ogni possibilità di ritirata a Ezzelino. Ezzelino III fu quindi sconfitto dopo una strenua battaglia a Cassano d'Adda il 27 settembre del 1259 dalla lega guelfa di Azzo VII d'Este e morì pochissimo dopo, a 62 anni di età, in seguito alle ferite riportate. Catturato e portato a Soncino, nei pressi di Cremona, spirò così come era vissuto: rifiutando sacramenti e medicine. Uno storico così descrive la sua fine: "Condotto nella tenda di Buoso di Doara, cupo, minaccioso, ristretto in sé stesso, metteva spavento nei circostanti coll’immobilità dello sguardo inclinato, uno sguardo feroce, in un più feroce silenzio. Vedendolo in tanta miseria, gli mandarono medici perché ne prendessero cura. Ma egli strappa furiosamente le bende delle piaghe e dopo undici giorni di orribile agonia, trasportato a Soncino, ivi rende lo spirito ed ivi le esecrate ceneri hanno in terra riposo". Era il 27 settembre del 1259. Così volle morire colla stessa feroce ostinazione con cui aveva in un sol giorno fatto trucidare diecimila padovani. A Soncino ancor oggi ogni settimana si ricorda la sua morte con il rintocco di una campana e si favoleggia circa il fatto che sia stato sepolto con il suo tesoro. Suo fratello Alberico, catturato nel suo castello dai vincitori, fu trucidato insieme alla sua famiglia. Il nemico lo trattò con la stessa ferocia e crudeltà che erano tipiche di Ezzelino: dopo avere assistito all’uccisione dei suoi figli e delle sue figlie, Alberico fu attaccato alla coda d’un cavallo e trascinato fino alla morte.
Riferimenti: Mario Carrara, “Gli Scaligeri”, Dall’Oglio editore, 1966. Wikipedia
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