Musica scaligera. Appunti sull’Ars Nova in Veneto (di Fabio Carlo Sansoni) ---- Abbiamo pochi documenti che ci testimoniano la vita musicale nella corte scaligera durante il XIV secolo in cui fiorì l’Ars Nova italiana. Per gran parte del 1300 la musica profana di larga diffusione era monodica, pur continuando vecchie forme di discanto. Se accadeva che il brano venisse eseguito da più strumentisti insieme potremmo dire che essi suonavano quasi a orecchio moduli eterofonici o elementarmente polifonici. Di questo tipo di musica profana abbiamo un accenno nella frottola di Immanuel Romano, letterato ebreo che fu a Verona tra il 1311 e il 1312. Era la musica che allietava la corte del giovane Cangrande descritta in parte del Chronicon regiense nel quale si fa menzione di “concerti musicali, istrioni festosi e ridicoli buffoni che allietavano i banchetti del signore”. In effetti non sappiamo se Cangrande fosse un grande amante della musica, di certo non gli dispiaceva soprattutto se in occasione delle sue marce trionfali all’entrata di una città appena conquistata con la diplomazia e col ferro (vedi ad esempio i canti e le musiche dei vicentini che nel 1311 lo accolsero a Vicenza quale nuovo vicario imperiale).
La presenza dell’ars Nova nel Veneto, cioè di una produzione polifonica raffinata e dotta, dalle caratteristiche di stile definitivamente autonome rispetto alla coeva produzione francese, e su testi perlopiù in volgare, è un fatto importante nel settore dello sviluppo storico-musicale dei territori scaligeri. Le prime notizie sulla presenza di un sistema tipicamente italiano per indicare graficamente i valori e i rapporti di durata dei suoni (distinto dal sistema francese) ci giungono attraverso uno scritto teorico, il Pomerium in Arte Musicae Mensuratae, scritto da Marchetto da Padova in un lasso di tempo che va dal 1318 al 1324 e che alcuni storici hanno fissato nell’anno 1319 durante la signoria di Cangrande della Scala. Infatti Marchetto completò il Pomerium subito dopo aver portato a termine il Lucidarium in Arte Musicae Planae, un’opera iniziata a Cesena e completata a Verona proprio mentre il poeta Dante Alighieri scriveva la sua terza cantica della Commedia. Padova, sede di un’importante università, e l’ambiente ecclesiastico che la circondava avevano dato impulso ad un’elaborazione teorica e pratica della polifonia censurale di origine francese, portata fuori dello Studium dalle consorterie goliardiche che inventarono il madrigale. La conquista di Padova , ad opera di Cangrande nel 1328, mise gli Scaligeri in contatto con quel mondo musicale d’avanguardia quando divenne signore della città Alberto II della Scala, nipote del condottiero scaligero e grande amante delle lettere e della musica. Un altro personaggio importante è un esecutore, un musicista chiamato Checolino, nominato in due sonetti di Niccolò de Rossi per il suo modo di eseguire la musica soprattutto per l’impiego del “tempus perfectum” che utilizzava per le ballate quali migliore espressione amorosa. La produzione polifonica sacra fu assai scarsa durante la nostra Ars nova. La quasi totalità della produzione infatti è profana, e ciò nonostante che la maggior parte dei compositori appartenesse ad ordini ecclesiastici. In questo periodo, accanto alla musica “colta” ecclesiastica, vi è un fiorire della musica popolare quale satira dell’amore. I tipi di componimenti sono madrigali, cacce, rondelli e ballate* che disegnano con grazia arguta e maliziosa gli incontri d’amore in ambienti bucolici. Partendo da questo humus culturale così ricco di fermenti musicali e dall’attività polifonica francese, Marchetto da Padova codifica un sistema di rapporti ritmici che avrà importanza e rilievo per generazioni e farà di lui uno dei “maestri” e teorici della storia della musica italiana. Sorta in un ambiente di cultura non esclusivamente musicale e pur tuttavia importantissima per l’arte dei suoni è la Summa artis rithimici vulgaris dictaminis, opera del giudice padovano Antonio da Tempo, che la completò nel 1332 e la dedico all’allora signore di Padova, Alberto II della Scala. Nella prefazione, il giudice-poeta fa esattamente il punto della situazione e ci informa sulle ragioni che lo hanno spinto a redigere la sua opera: “Ego Antonius de tempo, iudex (…) ea, quae circa hoc per esperimenta rerum et praticam per alios rithimantes vidi hactenus observari, quia experientia artis mater naturaliter appellatur, in quondam licet parvam artem et doctrinam et regulas cum exemplis earum ad honorem mei domini memorati (Alberto de la Scala) redigere meditavi…” Egli cerca insomma di codificare e di dare una sistemazione razionale ed organica ad una materia vasta e già in uso da tempo. In questo caso è importante il rapporto tra la poesia e la musica. Antonio ci dà notizie anche sull’esatto modo di esecuzione dei brani musicali. Anzitutto la ballata, per la quale è data come elemento essenziale la danza, poi i “rotundelli” da identificarsi con i “rondeaux”: anch’essi come ballate, monodici, e per i quali viene specificato che si basano su una danza in tondo. Antonio da Tempo tratta anche del madrigale, una forma poetico-musicale che interessa l’impiego della polifonia. Anche per il madrigale il giudice stabilisce delle regole per la redazione del testo e per l’esecuzione accompagnata da musica. * Madrigali : in voga soprattutto nel primo periodo dell'Ars nova e sono abbondantemente citati nei trattati delle forme poetico-muscicali di Francesco da Barberino, Antonio da Tempo e Gidino da Sommacampagna. La struttura poetica era la seguente: 2 o 3 terzine di endecasillabi con lo stesso ordine di rime erano seguite da un ritornello di 2 endecasillabi a rima baciata. I madrigali erano per lo più a 2 voci, poi anche a 3; sia che la voce superiore (cantus) si l'inferiore (tenor) erano di solito eseguite da cantori, ma ciò non escludeva raddoppi strumentali. La musica della prima terzina era ripetuta nella seconda (e terza) terzina; diversa era la musica del ritornello.
Caccia: è un canone a 2 voci all'unisono, sostenute da un tenor strumentale. Non ha una forma metrica prestabilita; spesso è conclusa da un ritornello strumentale simile a quello del madrigale. I testi trattano spesso scene di caccia, di pesca, di mercato e di gioco che giustificavano effetti d'eco, ripetizioni, onomatopee. Ballata: fu la forma più evoluta e matura dell'ars nova italiana, e predominò nella produzione a partire dalla metà del secolo XIV. La struttura poetica della ballata era la seguente: ripresa di 2 versi endecasillabi; 2 piedi (o mutazioni) di due versi endecasillabi ciascuno, con identiche rime; una volta uguale alla ripresa, di 2 versi; il primo di essi rima con l'ultimo verso del secondo piede; il secondo rima con il primo della ripresa. Si ripete la ripresa da capo. Gli episodi musicali sono due: su A si eseguono le riprese e la volta, su B i piedi. Le ballate erano 2 o a 3 voci: cantus, tenor (e contratenor), tutte eseguite vocalmente, anche se era consuetudine far intervenire strumenti, come rinforzo o in sostituzione delle voci inferiori. Per maggiori informazioni sull’Ars Nova nel Veneto consultate il........ volume 2 edito ..... e il capitolo intitolato ”La musica alla corte scaligera”, scritto da E. Paganizzi, inserito nel volume “Gli Scaligeri” pagg. 527-530, Arnoldo Mondatori editore. I siti web: http://www.micrologus.it http://www.arturu.it/v/musica http://www.suonidellaterra.com
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