In questa parte del sito avremo modo di raccontare quali fossero le eresie nel XIV secolo e alcuni avvenimenti che interessarono il territorio scaligero -------------------------------------------------------------------------- I Patarini nel nord Italia e a Verona di Rosanna Mutinelli Ponete una forza e otterrete una resistenza. Nel primo cinquantennio dell’anno 1000 d.C. Roma Vaticana, sentendosi necessaria, diventò intollerante ed eccessiva. Lo spirito umano si ribellò ai decreti dei pontefici e volle, a modo suo, esaminare e discutere le credenze che gli venivano imposte. Prima questa opposizione in Italia fu di alcuni capi sventati, senza legami e senza correlazioni. Erano, per la maggior parte, ecclesiastici di dottrine moleste in contrasto con la Chiesa Romana e in essi trovavano eco i movimenti religiosi d’oriente dove vi si alternavano gare d’abito religioso o di interessi privati. Alcune gravi tensioni esplosero nel 1045 con l'elezione ad arcivescovo di Milano di Guido da Velate successore dell’arcivescovo Ariberto da Intimiano. Quest'ultimo, un uomo molto potente ed influente, che aveva interpretato alla lettera il suo ruolo di feudatario, era stato il signore assoluto della città e di un vasto territorio che si estendeva sulla Lombardia, Piemonte, Liguria e parte della Emilia. Ariberto lottò tutta la vita per mantenere l'autonomia dall'impero da una parte, ma anche per tenere soggiogati i valvassori, i nobili minori, dall'altra. Fu la crescita di importanza di questi ultimi, ma soprattutto della nascente borghesia, a creare una nuova esigenza di maggiore uguaglianza tra i ceti e di più onestà e moralità nel clero. Queste esigenze fecero sì che, alla morte di Ariberto nel 1045, il clero milanese proponesse all'imperatore Enrico III, detto il Nero, controllore delle elezioni vescovili dell'impero e perfino di quelle papali dell'epoca, quattro candidati, onesti e virtuosi: Anselmo da Baggio, Landolfo Cotta, Attone e Arialdo da Carimate, per la successione al seggio di arcivescovo di Milano. Tuttavia, Enrico III, disattendendo le aspettative dei milanesi e in contrasto con la tradizione di una nomina di fatto autonoma, decise appunto di nominare Guido da Velate, uomo corrotto e simoniaco, che portò il livello di reputazione dell'arcivescovado di Milano ai minimi storici. Grande scandalo suscitava la pratica, alquanto diffusa, del nicolaismo dei religiosi, che vivevano palesemente in concubinato con donne. Come reazione a questa corruzione dilagante, si formò quindi il movimento riformatore dei patarini, termine derivato dal milanese patèe “ rigattiere, straccivendolo” dal momento che le prime riunioni del movimento si tenevano nelle discariche della città, che coinvolse, a vario titolo, i quattro candidati, ma che vide soprattutto emergere la figura di San Arialdo da Carimate. Per quanto concerne un altro dei capi storici del movimento, Anselmo da Baggio, l'imperatore cercò di spezzare l'unità dei patarini, nominandolo vescovo di Lucca e quindi allontanandolo da Milano. Tuttavia Anselmo sarebbe poi diventato Papa Alessandro II ed avrebbe ancora più autorevolmente appoggiato il suo ex movimento. Nel frattempo, a Milano, Arialdo e Landolfo incitarono la popolazione a rifiutare i sacramenti dai sacerdoti corrotti e nicolaiti, riproponendo un atteggiamento che ricordava quello degli intransigenti Novaziano, Melezio di Licopoli e Donato di Numidia. La reazione dell'arcivescovo Guido non si fece attendere e, prendendo come pretesto gli scontri armati fra opposte fazioni, esplosi il 10 maggio 1057 durante una processione, egli scomunicò sia Arialdo che Landolfo. Tuttavia il papato stesso, uscito dallo sciagurato periodo di Papa Benedetto IX (l'unico che aveva regnato indegnamente per 3 pontificati), era percorso da correnti riformatrici ad incominciare già da Papa San Leone IX, il quale aveva condannato il concubinato e simonia dei preti nel 1050. Landolfo Cotta cercò di recarsi a Roma per perorare la causa dei patarini presso Papa Stefano IX ma fu intercettato presso Piacenza dai sicari dell'arcivescovo e quasi ucciso. Morì successivamente in una ulteriore imboscata nel 1058. Allora, Arialdo stesso decise invocare l'aiuto di Stefano IX. Ma fu solo il papa successivo, Niccolò II, ad inviare nel 1060 una delegazione, capitanata da Pier Damiani e da Anselmo da Baggio, allora vescovo di Lucca. Pier Damiani riuscì con un abile discorso a riportare temporaneamente la calma in città, ma le tensioni non erano certo sopite. Nel 1061, in seguito alla morte di Landolfo Cotta, Arialdo associò al movimento Erlembaldo, fratello di Landolfo e nuovo capo militare dei patarini. Nello stesso anno era salito sul trono di Pietro, Anselmo di Lucca, con il titolo di Papa Alessandro II, il quale consegnò, nella primavera del 1066 ad Erlembaldo, il vexillum Petri (il vessillo di S. Pietro) e due bolle pontificie di richiamo al clero milanese e di scomunica di Guido da Velate. Tuttavia, in seguito ai durissimi scontri del 4 Giugno 1066, quando vennero feriti sia Erlembaldo e Arialdo, che Guido stesso, quest'ultimo reagì lanciando l'interdizione su Milano, finché Arialdo fosse rimasto in città. Era una trappola mortale nella quale Arialdo cadde: uscito dalla città venne tradito da un prete di S. Vittore all'Olmo, vicino a Milano, e catturato dalle guardie di Donna Oliva, nipote di Guido, che lo portarono per interrogarlo nel castello di Arona, sul Lago Maggiore. Da qui Arialdo fu successivamente portato su un’isola del lago, dove fu torturato orrendamente da due chierici, i quali lo mutilarono delle orecchie, naso, occhi, mano destra, piedi, genitali e lingua, ed, una volta morto, lo gettarono nel lago, appesantito da alcuni massi. Era il 26 Giugno 1066. L'anno seguente il corpo fu ritrovato intatto e Arialdo fu proclamato santo da Alessandro II, che, nel contempo, aveva provveduto a scomunicare Guido da Velate. Erlembaldo proseguì la lotta dei patarini contro i partigiani di Guido, che riuscirono nel 1071, alla morte di quest'ultimo, a far eleggere arcivescovo Goffredo da Castiglione. Erlembaldo contrappose allora Attone, subito riconosciuto dal nuovo papa San Gregorio VII, che oltretutto scomunicò Goffredo nel 1075. Dopo la morte di Erlembaldo e successivamente di Gregorio VII nel 1085, la pataria esaurì la sua forza riformatrice. Già nel 1089, Papa Urbano II diede un colpo mortale ad un punto irrinunciabile dei patarini e dai papi, loro alleati, affermando cioè che i sacramenti impartiti da preti simoniaci o corrotti erano comunque validi. La pataria degenerò sempre più assumendo connotati manichei e finì per essere perseguitata come setta eretica da Papa Lucio III nel 1185. Nel secolo XIII numerosi patarini si organizzarono nella città e nella provincia di Verona, provenendo dalla Lombardia e dal Piemonte. La guerra politico-religiosa condotta per tanti anni da Federico I contro il papa Alessandro III favorì l’accrescersi della potenza di questa dottrina che combatteva la Chiesa Romana. Alessandro III le aveva già condannate nel Concilio Lateranense e papa Lucio III e Federico I rinnovarono le condanne contro gli eretici nel concilio di Verona nel novembre 1184. Nel decreto canonico furono nominatamente anatemizzati i catari, i patarini, gli umiliati, i poveri di Lione, i passagini, gli josepini e gli arnaldisti. A Verona era numerosa la presenza della setta patarina. Le condizioni politiche d’Italia erano tali da incoraggiare qualsiasi opposizione al pontificato. Fra’ Tommaso da Lentini, contemporaneo dell’inquisitore domenicano veronese San Pietro detto Martire, testimoniò l’insediamento dei patarini a Verona nei primi anni del sec.XIII. Fra’ Tommaso, raccontando un episodio dell’infanzia, riferì che il padre e lo zio di Pietro erano eretici. Papa Lucio III fu il primo a metterli al bando dal contado e distrusse le loro case. Si sentì nuovamente parlare d’eretici a Verona al tempo della lotta della Chiesa contro Federico II, nei giorni del breve governo di fra’ Giovanni da Schio. Ezzelino da Romano, essendo accanito nemico di Roma, li aveva favoriti ed essi si erano moltiplicati tanto che Frate Giovanni da Schio, quando ebbe il potere tra le mani, ne mandò al rogo almeno sessanta, tra donne e uomini, fuori porta Orfano. Intorno al mese di luglio 1233 furono condannati al supplizio sessanta eretici, un massacro che durò tre giorni. Gli eretici furono bruciati, previa condanna pronunciata da fra’ Giovanni in persona. Erano uomini e donne “ex milioribus” della città e il fatto che sessanta dei migliori cittadini morissero sul rogo pubblicamente testimonia che il patarinismo era diffuso senza dubbio anche nelle più nobili famiglie. Una volta favoriti, un’altra perseguitati, i patarini crebbero molto nel territorio veronese. Si convertirono a quel credo molte persone del popolo e molti frati degli ordini mendicanti e presero tanto coraggio per le predicazioni del loro leader, il ferrarese Armanno Pongilupo, che, accantonato ogni riguardo, si radunarono pubblicamente a Sirmione. Avevano a capo dell’intera congregazione, Bonaventura Belasmagra e molti vescovi e diaconi. Sostenevano il principio dualistico, cioè il malus deus accanto a Dio. Il principio buono, Dio, emanava luce, ed il principio cattivo, Satana, che sprofondava nelle tenebre. Dicevano che Dio non creò il diavolo. Dio non si intrometteva nelle cose terrene, tutte le cose mondane erano state create dal diavolo: se Dio avesse creato il diavolo, si sarebbe fatto partecipe di tutti i mali che avvengono sulla terra. I patarini avevano difficoltà a spiegare l’esistenza del male e li ripugnava attribuire a Dio il male operato dal demonio o che avveniva nel mondo. Era un gruppo pacifico, che aborriva la violenza e non mangiava carne, considerata un putridume demoniaco. Odiavano il corpo, lo consideravano anch’esso opera del diavolo; era, per loro, solo una orribile gabbia per l’anima pura. Rifiutavano il Vecchio Testamento, considerato anch’esso opera del demonio, si attenevano solo a quello Nuovo. Non ammettevano il matrimonio, ma lo tolleravano fino alla procreazione del primo figlio. Credevano inoltre alla reincarnazione come forma punitiva per lo spirito. Erano rigidissimi nelle pratiche esteriori. Mostravano disprezzo per i frati ed i preti della Chiesa Romana e affermavano che era ridicolo quanto dicevano. Impugnavano la transustanziazione dell’ostia consacrata, sostenendo che i sacerdoti, creati dal diavolo, non potevano consacrare il corpo di Cristo. Inoltre pensavano che il giuramento fosse sempre peccato mortale. Non a tutti era dato sapere e fruire dei concetti più profondi della credenza. La setta si divideva in capi spirituali, al corrente di rituali sacri segreti e il popolo credente. Ma se quest’ultimo rispettava il rigore della disciplina, i loro capi, nelle loro adunanze, praticavano riti che la Chiesa Romana riteneva orripilanti. Per sradicare la pianta dell’eresia, si prodigò il vescovo Timidio di Verona. Mastino si era alleato con il signore di Mantova e, mentre Alberto della Scala era stato mandato là come Podestà, a Verona era stato mandato nel 1275 Giovanni Bonaccolsi, figlio del signore mantovano, a fungere da Podestà. Nello stesso anno morì il vescovo Guido e Mastino, per cementare l’amicizia con Mantova a cui teneva molto, fece in modo che il Collegio dei Canonici acclamasse frate Timidio, dell’ordine dei francescani e fratello del Bonaccolsi, come vescovo. Giovanni XX però, non potendo tollerare l’atto di indipendenza dei canonici veronesi, ritenne nullo quell’atto, nominò vescovo Aleardino di Capodiponte ed emise un buon numero di scomuniche sulla città dell’Adige. Il vescovo Timidio si trovò in una situazione davvero imbarazzante e per accattivarsi Roma cercò di fare un’azione clamorosa in nome della religione: una lotta senza pari per estirpare definitivamente i patarini dalla terra. Si consigliò con Mastino I Della Scala che acconsentì. A Sirmione del Garda vivevano, separati dal resto della popolazione di terraferma, un numeroso gruppo di fedeli patarini. Nell’ottobre del 1276 i soldati di Verona capeggiati dall’inquisitore Filippo Bonaccolsi, dal vescovo Timidio e Piccardo Della Scala, orfano di Bocca Della Scala e nipote di Mastino I, si radunarono nella piazza del Foro Boario per partire con una spedizione allo scopo di catturare, arrestare, processare e giustiziare gli eretici. I soldati entrarono in Sirmione armati e bellicosi ma ad attenderli c’erano solo uomini, donne e bambini inermi e sorpresi. Dopo un primo momento di stupore i patarini tentarono una debole difesa che non resse a lungo. Le case furono depredate e bruciate, si perpetrarono violenze incredibili e molti furono i morti. Furono più di centocinquanta i prigionieri che sarebbero stati poi portati a Verona al cospetto di Mastino e a lungo segregati e processati. Sarebbero poi stati arsi sui roghi eretti nell’Arena romana per ordine di Alberto della Scala il 13 febbraio del 1278. Un cronista dell’epoca parla di circa duecento patarini. Esecutore fu il francescano fra’ Filippo, che dopo il fatto di Sirmione si era recato alla Curia di Roma ed era tornato a Verona per affrettare la morte degli eretici. Il papa Nicolò III, con bolla del 27 giugno 1278, lodò Alberto della Scala, il di lui nipote Nicolò, figlio del defunto Mastino, e gli altri due suoi nipoti Federico ed Alberto figli di Alberto detto Piccardo, per la loro devozione verso la chiesa romana; e, considerando che il detto Alberto e i defunti Mastino e Piccardo avevano agito correttamente riguardo alla cattura dei patarini che risiedevano in castro Sermionis, gli dona il castello d’Illasi, già edificato da Ezzelino. Si conservano parecchi documenti che accennano a condanne per eresia nella stessa Verona. Si tratta di documenti che riguardano beni di condannati per eresia, posti all’asta dall’inquisitore e venduti dal podestà. La costituzione del papa Innocenzo IV del 1252 prescriveva che il prezzo dei beni in questo modo venduti venisse diviso in tre parti: la prima doveva andare al Comune, la seconda agli ufficiali ai quali dovevano essere demandati i processi, la terza a disposizione del vescovo e degli inquisitori per l’estirpazione degli eretici. Nel XIII secolo si comincia a trovare indicazione dei patarini nelle locazioni. Il locatore obbligava il conduttore a non cedere il proprio diritto sulla cosa locata a certe determinate persone, tra le quali venivano elencati gli ebrei ed i patarini. Il locatore si poneva in guardia contro l’evenienza che i propri beni non venissero messi all’asta nel caso che il conduttore fosse caduto in eresia. Una sentenza contro un morto in eresia fu pronunciata da frate Filippo il 28 gennaio 1288 nella chiesa di S. Fermo maggiore. Frate Filippo vi assume il nome di inquisitore apostolico dell’eretica pravità nella Marca trevigiana, esercitante il suo ufficio in Verona e diocesi. L’eretico è tale Bonaventura, contro il quale viene sentenziato che siano levate le sue ossa dal cimitero ecclesiastico per bruciarle e si dichiarano nulli gli atti da lui fatti dopo che era caduto nell’eresia. La sentenza si chiude con la dichiarazione che nessuno si presentò a difendere la memoria dell’eretico, quantunque fosse stato fatto pubblico editto in proposito. L’accusa mossa al condannato era questa: egli aveva visitato Bonaventura della Torre, vescovo patarino, Enrico da Valgatara e Giovanni da Minerbe, abitanti in Verona nella contrada di San Nicolò; aveva prestato ad essi riverenza secondo il costume dei patarini ed aveva ascoltato le loro prediche; in più aveva prestato aiuto ad altri patarini. La sentenza è rogata da un notaio, che funge da scriba dell’ufficio d’inquisizione. L’inquisitore afferma d’essersi consigliato con il vescovo Bartolomeo della Scala, con prelati e chierici secolari, nonché con esperti di diritto. Molte persone assistevano alla lettura della sentenza e fra esse anche Ubertino da Romano dottore in legge e uomo d’autorità. Parecchie condanne devono essere state pronunciate intorno a questo tempo. Ci resta l’atto pubblico con il quale, il 21 aprile 1288, il rappresentante del Comune di Verona e il suddetto frate Filippo costituirono uno speciale incaricato a far ricerca dei beni degli eretici, anche se fossero passati in altre mani, ed a venderli a profitto del Comune. Presente all’atto è Alberto della Scala. Alla predicazione del vescovo patarino Bonaventura della Torre accennano altre due condanne. La prima da ricordare è quella dei fratelli Zerli, abitanti in quella stessa contrada di San Nicolò, nella quale sembra avessero posto il loro centro i Patarini. La famiglia Zerli aveva dato uomini illustri tanto alla fazione guelfa, quanto, e anche di più a quella ghibellina. I condannati dall’inquisizione sono Ezzelino, Antonio e Riprando Zerli, tutti e tre defunti. La sentenza viene pronunciata solennemente il 23 dicembre 1293 nel coro della chiesa di San Fermo maggiore dal frate francescano Antonio da Lucca, inquisitore nella Marca trevigiana. Sono presenti alcuni eminenti personaggi. Primo di tutti viene ricordato Bonincontro, allora arciprete della cattedrale e poi vescovo di Verona; egli era molto amico della famiglia scaligera. Seguono alcuni canonici, tra i quali certo Alboino della Scala; quindi il vicario del vescovo; poi un dottore in decreti e due dottori in legge, uno dei quali è Ubertino da Romano, che abbiamo già incontrato nella condanna di tale Bonaventura nel 1288. La colpa dei fratelli Zerli, considerata gravissima, è di aver dato per lungo tempo ricetto nelle loro case ai patarini. Avevano ospitato il vescovo Bonaventura della Torre, Enrico da Valgatara, Martino Darinda, Giovanni da Minerbe ed altri ancora. La sentenza contro i fratelli Zerli comporta la confisca, cioè la vendita all’asta, dei loro beni e l’esumazione delle ossa degli eretici dal cimitero ecclesiastico. Anche questa volta nessuno era comparso per prendere le difese della memoria degli eretici. L’inquisitore asserisce che, prima di pronunciare la sentenza, prese consiglio dal vicario del vescovo Pietro della Scala, nonché da prelati e da chierici secolari, e da versati in diritto. Con atto separato, in data 4 aprile 1297, rogato nel convento dei frati francescani, si procedette alla vendita di parecchie possessioni degli Zerli, poste in Cerea. Dal tenore di questa vendita apprendiamo che un altro fratello Zerli, anzi probabilmente il maggiore d’età, di nome Guidotto, fu condannato per eresia. Vi si parla, infatti, dei beni confiscati ai fratelli Guidotto, Ezzelino, Antonio e Riprando. Probabilmente vi era stata un’altra sentenza. Queste sentenze ci spiegano la causa e il modo per cui e con cui ebbe termine la grandezza di una delle più antiche e più potenti famiglie veronesi. Un altro documento sulla presenza in Verona del vescovo patarino Bonaventura della Torre è la sentenza di condanna pronunciata l’ 8 aprile 1305, come di consueto, nella chiesa di S. Fermo maggiore, contro la memoria di Giovanni de Matro, della contrada dell’Isolo inferiore, di Verona, morto nell’eresia patarina. La sentenza è pronunciata dal francescano fra’ Petrecino da Mantova, inquisitore apostolico in Verona e nella Marca trevigiana, il quale afferma d’aver prima chiesto il parere del vicario del vescovo Tebaldo, di religiosi sia prelati che secolari, nonché di persone versate in diritto. La condanna consiste nella esumazione del cadavere e nella confisca dei beni, poco dopo venduti dal podestà Giovanni de Caliginis padovano, a profitto del comune di Verona. L’accusato aveva visitato il vescovo Bonaventura della Torre ed un altro vescovo di nome Bartolomeo Mitifogo nella casa dei Bavosi sul monte Bonosio. Pare che si tratti di una località o in Verona o nei suoi dintorni. Colà Giovanni aveva anche ascoltato le prediche di quei due vescovi ed aveva fatto loro riverenza secondo il costume dei patarini. Giovanni viene incolpato ancora di aver visitato Guglielmo della Torre ed il predetto vescovo Bartolomeo della Torre nella contrada di S. Nicolo, nelle case di Montorio de la Vecla. Giovanni viene rimproverato di due eresie: di non credere nella resurrezione dei morti e neppure nell’esistenza dell’inferno e del paradiso; di dire che gli uomini muoiono come le bestie e che gli uomini morti giacevano come tronchi di legno. La seconda accusa riguardava l’usura che il patarino diceva permessa. E’ rimarchevole l’argomento messo in bocca la nostro Giovanni: come la concessione dell’uso di una casa frutta denaro al padrone della medesima, così la concessione dell’uso del denaro deve dare un frutto al padrone di quel denaro. Più complete notizie sulle credenze patarine, e specialmente sulla setta dei leonini, abbiamo nella condanna pronunciata in Venezia, verso il gennaio del 1301, dall’inquisitore di quella città, il frate francescano Antolino da Padova, contro la memoria di un veronese colà stabilitosi e morto. L’inquisitore non fa nessuna differenza fra patarini e leonisti, cioè i poveri di Lione. Secondo il solito, l’inquisitore dice di pronunciare la sentenza dopo avere in proposito interpellato il vescovo, che qui è Bartolomeo Querini vescovo di Castello, oltre ad altri savi sia religiosi sia periti in leggi. L’eretico era certo Deiano de Raymundino, mercante di panni, il quale aveva ospitato nella sua casa eretici ed eretiche ed aveva loro somministrato vitto e vestito. Tra essi vengono nominati: Gabriele de Capra, cremonese e vescovo della setta dei leonisti, che vi aveva ricevuto l’imposizione delle mani, ossia il battesimo di Spirito Santo, onde erano rimessi i peccati secondo la credenza patarina; Dalida e Anastasia veronesi, che avevano pure ricevuto l’imposizione delle mani; infine Bonaventura de Montanario, di cui si tace la patria, ma che probabilmente era anch’egli veronese. Mastino I Della Scala, Alfredo M. Duelli, Verona Libreria H.F.Munster, 1868 IL PATARINISMO A VERONA NEL SECOLO XIII dagli studi di CARLO CIPOLLA a cura di Silvio Manzati http://spazioinwind.libero.it/uaarverona/archivio/ilpatarinismo.htm http://it.wikipedia.org/wiki/Patarini
|