Daghe, pugnali tra il XIII e il XIV secolo LA BASILARDA (di Fabio Carlo Sansoni) Affrontiamo in questo articolo la questione dell’equipaggiamento offensivo dei cavalieri e delle genti d’arme della prima metà della Signoria Scaligera e in particolare il tema relativo alle armi bianche denominate daghe o pugnali. Unitamente all’uso della spada di cui tratteremo ampiamente in altra sede, gli uomini d’arme della fine del XIII secolo si dotarono di un’arma corta da portare al fianco. Mi riferisco alla daga o pugnale, un tipo di arma che ha origini nordiche e che solo in questo periodo inizia a diffondersi largamente nelle terre della penisola italiana. Ritengo giusto specificare che le armi dei cavalieri e quelle dei guerrieri appiedati, o meglio, delle fanterie, pur avendo delle grosse somiglianze tipologiche presentano parecchie differenze dovute al rango sociale-militare di chi le portava al fianco e all’utilizzo in combattimento. Il cavaliere veneto della fine del XIII e inizio del XIV secolo si munisce di una “lama corta” da portare appesa alla cintura come alternativa alla spada (solitamente a una mano) negli scontri ravvicinati. Per quanto riguarda la milizia che combatteva a piedi desidero fare un discorso un po’ più articolato. Con l’avvento delle milizie comunali ormai specializzate ed organizzate militarmente, con l’espansione degli eserciti mercenari e delle compagnie di ventura, la fanteria sviluppa delle tipologie di armi e armamenti specifiche che contraddistinguono il modo di far la guerra in questo periodo. Se nell’Alto Medioevo si può parlare di un relativo “predominio bellico” del cavaliere, o combattente a cavallo, nettamente superiore ai combattenti appiedati che potevano essere un’orda indisciplinata o un’accozzaglia di contadini o popolani (reclutati spesso a forza da un signore ed armati molto spesso con coltellacci ed attrezzi di derivazione agricola come ad esempio roncole o forconi), già in età comunale si era capita l’importanza della fanteria come elemento bellico che poteva capovolgere le sorti di una battaglia contro la temutissima cavalleria nemica. Il fante da tempo oramai non è più un semplice contadino che combatte per dovere (e per timore delle ritorsioni del feudatario), ma un esperto della guerra, un soldato addestrato al combattimento in gruppo. Il fante della milizia comunale spesso è un cittadino che lotta per il proprio comune, la propria corporazione, la città in cui vive. Il fante viene spesso armato dallo stesso comune e obbligato a presenziare a periodiche esercitazioni militari. Le fanterie iniziano a dotarsi di armi un po’ più raffinate e specifiche per un preciso scopo bellico. Ad esempio si dotano di pugnali e daghe che siano efficaci per il combattimento corpo a corpo contro altri fanti, oppure delle armi bianche utili per squarciare le spesse protezioni che coprivano il corpo dei cavalieri e di infilare la lama attraverso le piastre metalliche che da questo periodo in poi sempre più spesso ricoprono il “semplice” usbergo. (vedi figg 1 e 2).
Il tipo di arma corta o pugnale più diffusa in questi anni è la basilarda (o basilardo), probabilmente dal nome della città tedesca di Basilea di cui potrebbe essere stata originaria¹. La Basilarda è un’arma corta caratterizzata da un’impugnatura a forma di “doppia T” (vedi fig 3) In effetti, come molte armi medioevali, anche la basilarda ha subito continue variazioni della forma a seconda del luogo in cui veniva realizzata. Ci sono dei modelli di basilarda che hanno un’impugnatura a una sola T e l’elso magari più piccolo e tozzo oppure a forma di pomo A differenza di una spada corta formata da una lama con codolo a cui vengono aggiunti l’elso e il pomolo, la basilarda è un pezzo unico di metallo, un listello di acciaio forgiato dal cui lungo codolo, piegato e ripiegato su se stesso , si sono ottenute una parte di elso e le “antenne” (vedi fig. 4 e 5). In questo modo l’impugnatura della basilarda ha una canaletta interna che permette all’arma di essere più leggera e al contempo robusta.
 
Quest’arma bianca , dotata di una lama di medie dimensioni ( circa 30/40 cm) a uno o due fili e con una punta ogivata contraddistinta da uno sguscio centrale ( in molti casi gli sgusci erano due), poteva avere l’elso ricoperto d’osso, di corno oppure in legno² ed offriva un’eccellente presa e protezione per la mano di chi la brandiva. Il legno o le parti di osso erano fissate all’impugnatira grazie a dei rivetti (forse di ottone) che si infilavano attraverso i forellini tondi praticati lungo tutta l’impugnatura e le antenne. Fortunatamente anche al museo di Castelvecchio in Verona è possibile ammirare alcuni esemplari autentici di basilarda. Armi probabilmente della seconda metà del XIV secolo, ma estremamente ben conservate, che ci mostrano alcuni modelli o varianti della basilarda trecentesca (vedi figg. 6 e 7).  Sono a conoscenza anche di rare basilarde a un filo solo, con un forte estremamente robusto e spesso, armi probabilmente della fine del 1200. Se si ha la pazienza di osservare con un po’ di attenzione le numerose testimonianze iconografiche del tempo, come certe splendide miniature che illustrano famose Bibbie, gli affreschi sui muri di chiese e palazzi, oppure i bassorilievi e le statue che rappresentano uomini d’arme del periodo, è evidente che l’utilizzo della basilarda non era relegato solo alle fanterie o ai cavalieri in armi, ma molto spesso furono elette come arma di “uso civile”. Molti uomini, anche quando non erano in armi per la battaglia, la cingevano al loro fianco, spesso infilata tra la cintura e i passanti della scarsella , probabilmente custodita in un particolare fodero di pelle con parti in metallo (vedi figg. 8 e 9).  Immagino che le armi che cingevano al fianco i nobili ed i cortigiani rappresentati nelle suddette fonti iconografiche fossero esemplari molto più raffinati e curati delle rozze daghe della fanteria, verosimilmente erano pugnali con lame cesellate e impugnatura in legni pregiati e intarsi o interamente in madreperla. Per concludere il mio discorso sulla basilarda trecentesca vorrei aggiungere che oltre alla versione “corta” esisteva certamente anche una versione della basilarda con la lama un po’ più lunga di quella di un pugnale e molto simile ad una spada corta probabilmente di derivazione germanica. Questa la si può ammirare negli splendidi affreschi della Casetta dei soldati presso il castello di Avio (vedi figg. 10 e 11).  
¹ sulle origini della basilarda non vi sono certezze assolute. Personalmente prediligo la semplice origine tedesca anche perché la ritengo estremamente plausibile. Basti pensare alla situazione politica del periodo e all’espansione dell’esercito imperiale, forse tra i meglio equipaggiati del tempo. La Verona comunale e in seguito la Signoria Scaligera sono legate a doppio filo con l’Imperatore tedesco. E’ comunque molto interessante leggere ad esempio le conclusioni a cui sono arrivati illustri ricercatori come L.G. Boccia. ² sul tipo di legno usato per ricoprire le impugnature delle basilarde al momento non ho molti dati. Posso pensare fossero legni resistenti, di alberi presenti nella flora Transalpina, forse legno di noce, ciliegio o di ginepro. Fabio Carlo Sansoni
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