Gugliemo I Bevilacqua (n.1272 m.1335) di Riccardo Bevilacqua (Bergamo)

Guglielmo Bevilacqua, ricchissimo mercante di legname, originario di Ala (Trento), è figlio di Federico ed è il primo del suo casato ad abitare stabilmente a Verona, nella contrada di San Michele alla Porta, nei pressi della Chiesa dei Santi Apostoli, nella stessa area dove, nel 1530, i suoi discendenti faranno edificare dall’architetto Sanmicheli quello splendido palazzo che ancora oggi possiamo ammirare (via Cavour, 29). Il nonno di Guglielmo si chiama Migliore e risulta vivente nel 1240, mentre il bisnonno, capostipite del casato, è Morando, nato nel 1150 e morto nel 1221. Guglielmo riesce ad aumentare in modo considerevole il già cospicuo volume d’affari dell’attività di famiglia, basata sul commercio e sulla lavorazione del legname da costruzione che, dal Trentino attraverso l’Adige, fa giungere a Verona. Nel 1302 sposa Maria Manzoni, della contrada di Porta San Zeno, figlia di Armanino, anch’egli mercante di legname. L’amicizia con il potente conterraneo Guglielmo Castelbarco, invece, collaboratore degli Scaligeri, contribuisce ad aiutarlo a introdursi alla corte dei Signori di Verona. Nel 1311 lo troviamo a Milano, capitano di una squadra, al seguito di Cangrande I della Scala, in occasione dell’incoronazione a Re d’Italia di Arrigo VII. Parteciperà anche con i soldati veronesi all’assedio della guelfa Brescia, dove troverà la morte il fratello di Arrigo VII, il conte Walramo, trasportato da Alboino della Scala a Verona e sepolto nella chiesa di Sant’Anastasia. Nel 1330 lo vediamo comparire nella veste, per lui inconsueta ma anch’essa di grande prestigio, di testimone nel trattato di pace tra Verona e Venezia. Il suo legame e quello della sua famiglia con gli Scaligeri è ormai consolidato e destinato a rafforzarsi sempre di più. Negli stessi anni, infatti, dopo la conquista di Padova e Treviso da parte di Cangrande I (1328-29), Guglielmo Bevilacqua viene nominato Fattore Generale delle due città e del loro territorio, incarico che denota grande fiducia e stima da parte degli Scaligeri nei suoi confronti. Si trasferisce quindi a Padova, dove ha già proprietà immobiliari, per esercitare la sua funzione di amministratore. I Padovani, apprezzando il suo operato e la sua integrità morale, il 1 dicembre 1331 accordano la cittadinanza a lui e ai suoi discendenti; il Consiglio Nobile della città, invece, lo nomina suo membro con il titolo di Nobile. Intanto non manca di stringere rapporti d’amicizia e d’interessi anche con il potere religioso, in modo particolare con i Vescovi di Verona, Vicenza, Treviso e Padova, i quali gli concedono privilegi e feudi. Lo stemma dei Bevilacqua, utilizzato da tempo immemorabile, è di rosso al mezzo volo abbassato d’argento; Cangrande I della Scala concede, nel 1334, al nobile Guglielmo Bevilacqua, in segno di stima, un cane rosso alato d’argento per cimiero, laddove egli portava un elefante alato. Nel luglio del 1335 la città di Parma entra a far parte della Signoria Scaligera e i loro Signori, Alberto II e Mastino II, inviano il Bevilacqua nel nuovo possedimento per ristabilirvi l’ordine. Il 9 luglio, forse presagendo la prossima fine terrena, il nob. Guglielmo fa testamento e ordina ai suoi eredi di creare un beneficio ecclesiastico a favore della chiesetta delle Sante Teuteria e Tosca, a Verona, che diventerà poi jus - patronato della famiglia. Poche settimane dopo, mentre è alloggiato nel convento dei Padri Domenicani a Parma, la morte lo raggiunge. Il suo corpo verrà trasportato nella città Scaligera e con grandi onori inumato nella chiesa dei Santi Apostoli. Francesco Bevilacqua (n. 1304 m. 1368) di Riccardo Bevilacqua (Bergamo) Il “Nobile Milite Francesco Bevilacqua”, così lo troviamo qualificato nei documenti dell’epoca, figlio di Gugliemo I e di Maria Manzoni, segue fedelmente l’esempio paterno: sempre maggior crescita dell’attività commerciale e sempre maggior vicinanza ai suoi Signori, gli Scaligeri. Oltre al tradizionale commercio di legname da costruzione e relativa lavorazione, il Bevilacqua diventa prestatore di denaro e grande proprietario di immobili, di possessioni fondiarie e di feudi. I rapporti con i Signori di Verona si fanno strettissimi grazie anche alle sue notevoli competenze di giudice e di giurisperito, nonché alla sua grandissima abilità di diplomatico. Tale facoltà gli permette di entrare in contatto con i più potenti Signori dell’Italia settentrionale. Nel 1334 il nob. Francesco sposa Anna Maria Zavarise, appartenente ad una famiglia dell’aristocrazia veronese. La corte Scaligera, in occasione delle imminenti nozze, organizza grandi festeggiamenti; in onore dei futuri sposi vengono composti ed eseguiti anche splendidi madrigali, di cui si conservano ancora oggi i testi. Due anni dopo rileviamo ulteriori significative manifestazioni di stima e protezione da parte dei Domini verso la famiglia Bevilacqua: il 7 ottobre 1336 Alberto e Mastino ordinano al Podestà di Verona, Dusio Buzzacarini, di sospendere il procedimento contro Francesco, accusato di avere assassinato un certo Chiampo e suo figlio. Inoltre il 16 dicembre 1336 gli Scaligeri, riconoscendo i meriti dei fratelli Francesco e Morando (1307-1343) e soprattutto quelli di loro padre, il nob. Guglielmo I, morto l’anno precedente, li investono del feudo della Bevilacqua, nel veronese. In tal modo concedono loro ampia e piena giurisdizione per un miglio intorno al castello con diritti di caccia, pesca ed esenzioni da tasse. L’edificazione dell’arcigna fortezza, iniziata nel 1331 su ordine di Guglielmo I unitamente alla chiesa di Sant’ Antonio Abate, era stata infatti portata a termine dai figli. Oggi ci appare, dopo la trasformazione sanmicheliana del 1530, come un elegante ed imponente luogo di residenza, pur avendo conservato qualche traccia dell’antico e virile castello. L’attività diplomatica per conto degli Scaligeri, come si è detto, sarà una costante nei sessantaquattro anni di vita del nob. Francesco, tanto da renderlo perfettamente inserito nella delicata amministrazione della Signoria. Nel gennaio del 1343, ad esempio, gli Scaligeri lo incaricano di intavolare trattative con Taddeo Pepoli, signore di Bologna, e con la compagnia tedesca di Gualtieri di Urslingen, affinchè appoggino le mire degli Estensi su Parma. In tale occasione Obizzo d’Este concede al Bevilacqua e ai suoi discendenti la cittadinanza di Ferrara. Il 28 febbraio del 1348, Mastino II della Scala nomina il Bevilacqua suo procuratore per stipulare con Luchino Visconti e Obizzo d’Este un’alleanza contro i Gonzaga di Mantova, che verrà firmata a Monza il mese successivo. Ancora nel 1350 torna a Milano, su ordine degli Scaligeri, per formare una lega che ristabilisca la pace nell’Italia settentrionale: oltre ai Visconti contatta i Carraresi, i Malatesta, i Da Polenta, i Gonzaga e gli Estensi. Nello stesso anno poi va in Germania a sposare, in nome di Cangrande II della Scala, Margherita, figlia del defunto imperatore Ludovico il Bavaro e sorella di Ludovico, marchese del Brandeburgo e conte del Tirolo. L’anno successivo gli Scaligeri gli danno pieno potere per concludere un’alleanza con Papa Clemente VI, con Obizzo d’Este e con i Comuni di Siena e Firenze, contro il minaccioso Giovanni Visconti, signore di Milano, che aveva appena acquistato la città di Bologna. Il prestigio e il potere raggiunto da Francesco Bevilacqua diventano tali che persino l’imperatore Carlo IV, nel 1352, gli scrive una lettera per raccomandargli il capitano di Feltre e Belluno Corrado Gobbini. Inoltre, grazie alla sua attività di amministratore e di diplomatico, ottiene diverse e prestigiose cittadinanze “straniere”, quali ad esempio quella padovana, quella trentina, quella veneziana e quella ferrarese; questi riconoscimenti si riveleranno molto utili anche per la sua attività commerciale. Il 1354 è l’anno in cui il Nostro, grazie ad una scelta di campo che si rivelerà vincente, acquista ancora maggior potere e considerazione da parte dello Scaligero. In quell’anno il violento e dispotico Cangrande II, detto non a caso Canrabbioso, lascia la Signoria per andare in Baviera a far visita al cognato. Giunto nei pressi di Bolzano, un corriere lo informa che il fratellastro Fregnano si è impossessato di Verona con la complicità dei Gonzaga e dei Visconti, anch’essi desiderosi di spartirsi la ricca città. Cangrande II torna allora precipitosamente in città, seguito dal cognato Ludovico di Brandeburgo con cinquecento cavalieri. Nel terribile scontro armato ha la meglio il Signore di Verona, mentre Fregnano trova la morte annegando nell’Adige. Il Bevilacqua, che si era subito schierato con Cangrande II, il 23 maggio dello stesso anno, ottiene il titolo di cavaliere quale ricompensa per la fedeltà dimostrata. Altre potenti ed illustri famiglie, come quella dei Dal Verme, schieratesi invece dalla parte sbagliata, sono costrette a lasciare la corte. Ma lo Scaligero ricompensa il nob. Francesco anche in modo più materiale: gli fa ottenere, con Diploma Imperiale del 26 luglio 1354, la conferma del castello della Bevilacqua con tutte le sue giurisdizioni. Inoltre, l’8 novembre dello stesso anno, il Signore di Verona gli dona il vicariato di Minerbe con San Zenone, Santo Stefano e Gazzolo, togliendolo alla giurisdizione del Comune di Verona. Cangrande II, dopo quanto accaduto, non si sente più sicuro nei suoi palazzi presso Santa Maria Antica; ordina allora la costruzione di una nuova residenza, fortificata, nei pressi dell’Adige che oggi conosciamo con il nome di Castelvecchio. Sarà proprio il fedele e potente Francesco Bevilacqua, il 28 maggio 1355, a porre la prima pietra. Il 28 giugno 1361 ecco giungere da Praga un’altra conferma, a firma sempre dell’imperatore Carlo IV, dei privilegi che i Bevilacqua godono sul loro castello e le sue immense pertinenze. L’ultima importante ambasceria del nob. Francesco, affidatagli questa volta da Cansignorio, è del 16 aprile 1362: a Ferrara tratta e firma un’alleanza con il cardinal Egidio Albornoz, legato pontificio, con il marchese Niccolò d’Este e con il Signore di Padova, Francesco da Carrara, contro l’avido Bernabò Visconti, Signore di Milano. Il 15 dicembre 1365 Francesco Bevilacqua decide di dotare di due altari, in onore di San Guglielmo e di San Francesco, l’antichissima chiesetta delle Sante Teuteria e Tosca, cappella di famiglia, adiacente alla pieve dei santi Apostoli, poco distante dal loro palazzo veronese. Inoltre crea benefici per due sacerdoti che ogni giorno vi celebrano la Santa Messa.  Nell’Anno del Signore 1368 Francesco Bevilacqua, nobile, ambasciatore e consigliere degli Scaligeri, giurista, capitano e cavaliere, muore. Dopo solenni esequie, il figlio Guglielmo II depone le spoglie mortali del padre in un’arca funeraria posta nella chiesetta delle Sante Teuteria e Tosca. Sui suoi fianchi si ripetono gli stemmi gentilizi dei Bevilacqua e il cimiero; sopra il coperchio il nob. Francesco è rappresentato morto, supino, in veste di cavaliere. Il suggestivo monumento, che ancora oggi è viva testimonianza della Verona Scaligera, è frutto della superba arte dei maestri campionesi.
Guglielmo II Bevilacqua (n.1333 – m.1397) Il nob. Guglielmo II Bevilacqua , figlio di Francesco e di Anna Maria Zavarise, prende il nome del nonno paterno; del resto è difficile trovare nella genealogia del casato nomi che non abbiano un legame familiare e che non siano di origine germanica. Una scelta, quest’ultima, che viene fatta proprio per sottolineare l’antico luogo di provenienza della famiglia. Il 23 maggio 1354 Guglielmo II viene nominato cavaliere da Cangrande II, insieme a suo padre: un segno tangibile della riconoscenza dello Scaligero verso i Bevilacqua, che si erano schierati con lui contro il tentativo di rovesciamento della Signoria da parte di Fregnano e di altri congiurati. Cinque anni dopo, però, Cangrande II viene assassinato dal fratello Cansignorio e i Bevilacqua, diplomaticamente imperturbabili, prestano giuramento al nuovo Signore. Nel 1368 muore il nob. Francesco e Gugliemo II eredita l’immensa fortuna paterna. Lo Scaligero gli conferma il possesso dei ricchi feudi di Bevilacqua e di Minerbe; lo nomina inoltre suo consigliere e lo mette a capo dell’esercito e delle fortezze dello Stato. Infine gli concede la facoltà di usare, nel suo stemma gentilizio, due cani rossi alati d’argento per supporti, invece del solo cane in cimiero. Quindi, anche nel blasone, un segno tangibile del forte legame che unisce i Bevilacqua ai della Scala. Gli ottimi matrimoni che il nob. Guglielmo contrae lo aiutano a consolidare un prestigio che comunque è già al suo zenit. La prima moglie è Francesca Castelbarco, appartenente ad una delle più potenti famiglie della regione. I procuratori del matrimonio sono due personaggi d’eccezione: i conti Gangalandi e Dal Verme. Rimasto vedovo, il Bevilacqua si risposa con Taddea Tarlati d’Arezzo, figlia di Maso, Signore di Pietramala e sorella del cardinale Galeotto. Il 13 ottobre 1375 Cansignorio, sentendo vicina la fine (morirà nello stesso anno), fa uccidere il suo secondo fratello, Paolo Alboino, per garantire la successione alla Signoria ai suoi due figli illegittimi, Bartolomeo e Antonio. Dopo pochi giorni, il 17 ottobre, fa rogare il suo testamento da cui si evince chiaramente la sua totale fiducia e stima verso Guglielmo II Bevilacqua. Infatti al potente consigliere lascia 2000 ducati d’oro e tutti i beni e i diritti che la famiglia aveva ricevuto dagli Scaligeri. Per di più lo nomina (insieme a Tommaso Pellegrini) reggente della Signoria e tutore dei propri figli, ancora minorenni. Il potere che il nob. Guglielmo II si trova ora ad avere è immenso; riesce tuttavia a gestirlo con saggezza, competenza e determinazione, qualità che del resto sia il padre che il nonno avevano sempre avuto. Tant’è che il Nostro, nell’aprile del 1379, respinge un pericoloso attacco dell’esercito visconteo che vorrebbe impadronirsi delle Signoria. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio di due anni dopo, si consuma purtroppo un crimine destinato a segnare profondamente il destino dello Stato e della famiglia Bevilacqua. Antonio della Scala, non volendo minimamente dividere con nessuno il governo della Signoria, forse aizzato anche dalla futura moglie, Samaritana Da Polenta, assassina ferocemente nel sonno, con ventisei colpi di pugnale, il fratello Bartolomeo. Successivamente confisca i beni del nob. Guglielmo II e lo espelle da Verona. Alcuni storici sostengono che il Bevilacqua, criticando lo Scaligero per il vile fratricidio, abbia firmato la sua condanna; altri invece asseriscono che più semplicemente Antonio abbia voluto impadronirsi del suo ingentissimo patrimonio. In ogni caso ora il nob. Guglielmo II si ritrova indigente, cacciato dalla sua patria e con tanta voglia di vendicarsi per l’ingiustizia subita. Prima si rifugia a Rimini, presso Galeotto Malatesta, suo parente. Poi, nel 1383, transitando dal porto di Ravenna, viene fatto prigioniero da Guido Da Polenta su istigazione del genero, Antonio della Scala. Il Signore di Ravenna decide di liberarlo solo dietro pagamento di un favoloso riscatto di ben 5000 ducati « d’oro purissimo, di giusto peso e conio di Venezia ». Gugliemo cede e paga, ma avendo la memoria lunga, ben tredici anni dopo, nel 1396, con l’appoggio del Doge di Venezia e del Duca di Milano, ne pretende la restituzione. Lasciata quindi la città dei Da Polenta, si dirige immediatamente a Pavia, presso Gian Galeazzo Visconti, dove trova altri nobili veronesi che, esasperati dal malgoverno e dalle prepotenze di Antonio della Scala, sono desiderosi di liberare la loro città. Il Conte di Virtù, conoscendo il valore del Bevilacqua, lo accoglie con ogni onore e lo nomina subito suo consigliere. Il 6 maggio 1385 il Visconti, anche con l’aiuto del nob. Guglielmo II , fa arrestare suo zio, il terribile Bernabò, Signore di Milano, il quale morirà nelle segrete del castello di Trezzo sull’Adda. Il governo dello Stato è così in nuove mani. Il 22 luglio 1385 Gian Galeazzo, in segno di riconoscenza per l’aiuto avuto dal Bevilacqua, gli concede in feudo il castello e la tenuta di Maccastorna, tra il cremonese e il lodigiano , ritenuto, come scrive il Litta nella sua celebre serie di monografie sulle famiglie nobili, «forse in allora il più forte dello Stato, in mezzo a vasta laguna». Nell’estate del 1386 il Nostro si reca a Padova per congratularsi con il suo Signore, in nome del Visconti, per la vittoria riportata sulle truppe scaligere nella battaglia delle Brentelle. Inoltre non manca di concludere con Francesco il Vecchio da Carrara un’alleanza contro Antonio della Scala. La vendetta del Bevilacqua è quasi giunta a compimento… Nell’autunno del 1387 Gian Galeazzo inizia le ostilità contro Verona e nomina il nob. Guglielmo II commissario e provveditore del suo esercito. La notte tra il 17 e il 18 ottobre 1387, il Bevilacqua penetra in città da porta San Massimo alla testa di 300 armati. Lo Scaligero, a cavallo, chiama a raccolta i veronesi in suo aiuto ottenendo però scarsi risultati. Si barrica allora in Castelvecchio e successivamente manda a chiamare il nob. Guglielmo per parlamentare. Gli chiede una tregua di dodici giorni per andare a Milano a trattare con il Visconti. Il suo antico tutore non gli lascia margine di manovra, gli risponde che può solo garantirgli salva la vita, se abbandona la fortezza prima dell’inizio dell’assedio. Antonio della Scala prende tempo per poi fuggire la notte successiva, quella tra il 18 e il 19 ottobre, imbarcandosi con i familiari su di una nave e raggiungendo Venezia via Adige. Dopo 127 anni cessa così la dominazione Scaligera su Verona. Nel maggio del 1388 l’abilità diplomatica del Bevilacqua riesce ad isolare politicamente Francesco da Carrara, Signore di Padova, il quale teme che la sua città subisca la stessa fine di Vicenza, occupata dai viscontei. Il 27 agosto 1388, con atto ufficiale di Gian Galeazzo Visconti, nuovo Signore di Verona, vengono restituiti al nob. Guglielmo II Bevilacqua tutti i suoi beni confiscati ingiustamente da Antonio della Scala. Ma gli eventi incalzano e nel novembre 1388 il Bevilacqua partecipa, nell’esercito visconteo, alla vittoriosa conquista di Padova. In seguito lo vediamo protagonista di una serie di missioni diplomatiche volte a scongiurare guerre contro la sempre più minacciosa e famelica Signoria Viscontea. Tra gli ultimi servigi resi a Gian Galeazzo rammentiamo la stipula del contratto di nozze di Elisabetta Visconti con Ernesto duca di Baviera (dicembre 1393), un’alleanza con il marchese Teodoro del Monferrato (3 maggio 1394) e una con il duca d’Orléans (27 dicembre 1395). Il 5 settembre 1395, su esplicita richiesta del Visconti, il Bevilacqua presenzia alla sua fastosa cerimonia d’investitura ducale che si svolge a Milano, sul piazzale di fronte alla Basilica di Sant’Ambrogio. Il nobile Guglielmo II muore il 28 novembre 1397, mentre si trova a Pavia, città in cui si tengono i suoi solenni funerali e in cui verrà inumato nella chiesa dei Frati Minori. Il dominio visconteo su Verona, invece, finirà sei anni dopo, nel 1404. Il nob. Guglielmo Bevilacqua ha un solo fratello, di nome Migliore, canonico della Cattedrale di Verona, il quale il 20 dicembre 1363 viene nominato da Papa Urbano V Arcivescovo di Palermo, morirà due anni dopo. Secondo il racconto della “Cronaca carrarese”, il Bevilacqua tolse a Bernabò Visconti la spada dal fianco. Il 20 dicembre 1437 Filippo Maria Visconti, duca di Milano, eleva il feudo di Maccastorna con annessi Corno Vecchio, Corno Giovane, Passone, Meleti e Lardera a “Contea” e il nob. Galeotto (1374-1441), figlio primogenito dell’ormai defunto Gugliemo II Bevilacqua, ne diventa pertanto il primo Conte.
- - - - - - - - Galeotto Bevilacqua (n. 1374 m. 1441) Guglielmo II Bevilacqua decide di chiamare il suo primogenito maschio, nato a Verona nel 1374, Galeotto. Una scelta fatta per compiacere sia il suo potente cognato, il Cardinale Galeotto Tarlati, sia sua suocera Ringarda, figlia di Galeotto Malatesta, Signore di Rimini. Parentele che gli torneranno utili come del resto quelle acquisite grazie ai prestigiosi matrimoni delle sue tre sorelle: Anna infatti sposa Manfredo, figlio di Alberico detto “il Grande”, conte di Barbiano; Elisabetta si unisce a Gentile Varano, dei Signori di Camerino; Caterina invece sposa Giovanni Pico, Signore della Mirandola e i suoi nipoti saranno Giovanni, detto “la fenice degli ingegni”, e Caterina, che sposerà Rodolfo Gonzaga, immortalato dal Mantegna nella Camera degli Sposi in palazzo Ducale a Mantova. Ma torniamo al nob. Galeotto che ancora bambino, all’età di sette anni, è costretto con il padre a lasciare precipitosamente Verona a causa dell’ostilità dello Scaligero. Trova rifugio presso i Signori di Milano, studia a Pavia e nell’esercito visconteo, dove impara il mestiere delle armi. Compiuto il diciannovesimo anno d’età sposa la nobile Leda, appartenente al bellicoso casato degli Smeducci, il cui padre è Onofrio, Signore di San Severino Marche. Nel 1395 il Bevilacqua diventa condottiero al soldo di Gian Galeazzo Visconti e vi resta fino alla di lui morte per peste, avvenuta il 3 settembre 1402. Il Ducato di Milano, a causa dell’improvvisa morte del suo Signore, sprofonda nel caos; il nob. Galeotto decide allora di ritirarsi nel castello avito di Bevilacqua, nel veronese, in attesa che la situazione politica si chiarisca. Approfittando della debolezza viscontea, Guglielmo della Scala, unico figlio superstite di Cangrande II, con il determinante aiuto di Francesco Novello da Carrara, Signore di Padova, conquista Verona l’8 aprile 1404. Il Bevilacqua, memore dell’antico legame della sua famiglia con gli Scaligeri, partecipa all’impresa. Per un attimo ci si illude di un ritorno della Signoria dalla bianca Scala… Infatti, il 18 aprile, Guglielmo muore misteriosamente e i suoi due figli, Brunoro e Antonio, succeduti al padre, l’8 maggio dello stesso anno vengono arrestati e incarcerati dal rapace Carrarese. Questi, che gli ultimi Scaligeri credevano un fedele alleato, pochi giorni dopo (il 22 maggio) si fa nominare Signore di Verona, mentre il nob. Galeotto assiste impotente. Pur di non sottostare al nuovo Signore, però, offre segretamente a Venezia il suo arcigno castello, unitamente ad un discreto numero di soldati ben addestrati e ben equipaggiati. Purtroppo la mossa viene scoperta e Francesco Novello da Carrara confisca al Bevilacqua il castello e tutti i suoi possedimenti. A questo punto il Nostro lascia il veronese ed entra, ben accolto, nella milizia della Serenissima, intenzionata a conquistare Verona. Il 23 giugno 1405, dopo qualche mese di assedio, il nob. Galeotto entra in città al seguito del vittorioso esercito veneziano e viene armato “Cavaliere”. Sconfitti i Carraresi, Verona entra a far parte della Serenissima ed aristocratica Repubblica di San Marco. Il 15 dicembre dello stesso anno il doge Michele Steno ordina che a Galeotto Bevilacqua e a suo fratello minore Francesco siano restituiti tutti quei loro beni precedentemente confiscati da Francesco Novello. Inizia così un periodo in cui il Nostro non lascia la terra natìa, fino a quando un giorno, approfondita la conoscenza di Pandolfo Malatesta, Signore di Brescia e suo parente, accetta l’offerta di diventare suo segretario e luogotenente. Il 16 maggio 1412, morto il folle e crudele Giovanni Maria Visconti, il nob. Galeotto torna a Milano per rendere omaggio al nuovo duca Filippo Maria, fratello del defunto Signore. Il Bevilacqua viene ricevuto con grande cortesia e stima dal Visconti, che dopo qualche giorno lo nomina suo segretario, consigliere e condottiero. In tale veste, nello stesso anno, comanda due compagnie dell’esercito del Biscione, inviate in soccorso dei veneziani aggrediti da re Sigismondo. Si adopera poi in diverse missioni diplomatiche sempre su incarico del Visconti, dando prova di grande abilità. Il 13 ottobre 1418 svolge un ruolo significativo durante il solenne e pomposo ingresso a Milano di Martino V (Oddone Colonna), evento che sigilla la fine dello scisma d’occidente: il nob. Galeotto, come ci descrivono i cronisti dell’epoca, su richiesta del Papa, regge il prezioso gonfalone di Santa Romana Chiesa. Nel corteo è preceduto di pochi metri dal Santo Padre, mentre è seguito da Fabrizio Colonna, che regge la mitria papale, e poi dal duca Filippo Maria con la sua corte. Tre giorni dopo il Successore del Principe degli Apostoli consacrerà il nuovo altare del Duomo. Divenuti tesi i rapporti tra Venezia e Milano, il nob. Bevilacqua si ritira a vita privata tra il castello di Bevilacqua e il palazzo di Verona. La stima del Visconti nei suoi confronti però non muta, tant’è che, il 20 dicembre 1437, il duca Filippo Maria eleva a contea il feudo nobile di Maccastorna, con annessi Corno Vecchio, Corno Giovane, Meleto, Passone e Lardara, già dei Bevilacqua dal 1385; il nobile Galeotto viene quindi investito di tale feudo, di cui diventa il primo Conte. L’11 maggio 1440, sempre Filippo Maria, ultimo Signore di Milano della casa Visconti, ordina l’esenzione da qualunque tassa o dazio per tutte le proprietà lombarde del conte Galeotto Bevilacqua: un altro segno tangibile della grande stima di cui godeva il Conte di Maccastorna presso la Corte Ducale. L’anno seguente il Nostro compie 67 anni e sorella morte lo va a prendere a Verona, nella sua terra natìa; ci penseranno i suoi discendenti a perpetuarne la memoria e ad accrescere ulteriormente le fortune e il prestigio del casato. Epilogo Cosa rimane della nobile famiglia Bevilacqua a 860 anni dalla nascita del suo capostipite, il dominus Morando? Famiglia di cui abbiamo curato i cenni biografici di quei suoi celebri esponenti vissuti nella Verona Scaligera? Fortunatamente, a differenza di molte altre casate nobili, i Bevilacqua non si sono estinti. Anche se alcuni dei suoi rami più importanti oggi non esistono più, la famiglia è ancora fiorente e nei suoi esponenti riecheggiano i nomi degli illustri avi; il capo della casa, ad esempio, si chiama Morando, come il capostipite della prosapia, il cui motto araldico è FORTITER ET FIDELITER. Alcuni degli attuali membri della famiglia discendono dal conte Galeotto Bevilacqua (1374 + 1441), di cui si è tracciato in questo sito un breve profilo biografico. Il Conte aveva tre figli: 1) Ernesto, il primogenito (1395 + 1450), conte di Maccastorna con annessi Corno Vecchio, Corno Giovane, Meleti, Passone e Lardara, dà origine a un ramo della famiglia che vivrà stabilmente nel castello di Maccastorna (Lodi) e che si estinguerà in un ramo naturale e riconosciuto tuttora fiorente. 2) Cristin Francesco (1399 + 1468), conte di Maccastorna con annessi Corno Vecchio, Corno Giovane, Meleti, Passone e Lardara, dà origine ad un altro illustre ramo della famiglia. Il Conte non vive a Maccastorna, bensì a Ferrara, ove è in ottimi rapporti con gli Estensi. Sposa nel 1430 Lucia Ariosti, ultima del suo casato, acquisendone in seguito il cognome (da cui Bevilacqua Ariosti). Gli esponenti di questo ramo della famiglia, tuttora fiorente, godono dei seguenti titoli, acquisiti nel corso dei secoli: Duca di Tornano (al maschio primogenito); Marchese di Fontanile (ai maschi e alle femmine); Conte di Maccastorna con annessi Corno Vecchio, Corno Giovane, Passone, Meleti e Lardara (ai maschi); Patrizio di Bologna (ai maschi); Patrizio di Ferrara (ai maschi). 3) Onofrio, conte di Maccastorna con annessi Corno Vecchio, Corno Giovane, Meleti, Passone e Lardara, muore celibe. Lascia il suo ingente patrimonio al nipote Galeotto (figlio del fratello Cristin Francesco) con la clausola che se anche lui fosse deceduto senza eredi maschi, avrebbe dovuto destinare i suoi beni ai poveri. Il 23 gennaio 1486 il conte Galeotto Bevilacqua, consigliere ducale sforzesco, muore senza discendenza maschile. Destina pertanto, con testamento del 7 giugno 1484, il patrimonio ereditato dallo zio “pro habitatione et comodo pauperum infectorum contagione pestis, in loco et territorio Sancti Gregori”. Trattasi del Lazzaretto di Milano di manzoniana memoria, edificato quindi grazie al lascito Bevilacqua. I tre fratelli, ma ancora di più i loro figli, alieneranno le loro proprietà veronesi in quanto ormai gravitanti in realtà lontane: il conte Ernesto e i suoi discendenti nel milanese, mentre il conte Cristin Francesco e i suoi successori nel ferrarese. Dal fratello minore del conte Galeotto Bevilacqua (1374 + 1441), di nome Francesco (1380 + 1419), discende l’altro ramo fiorente della famiglia. Il conte Francesco aveva due figli: 1) Il primogenito Gianfrancesco (1415 + 1438) è il capostipite del principale ramo veronese della famiglia (detto dei Santi Apostoli) che si estinguerà nel 1899 con la morte della duchessa Felicita Bevilacqua, vedova, senza discendenza, del generale Giuseppe La Masa. In tale ramo erano confluite le più antiche dimore della famiglia. La duchessa Felicita donerà quindi al Comune il palazzo di Verona, in corso Cavour, che è attualmente sede di una scuola. Tale splendida dimora sorge su quell’area dove i Bevilacqua, provenienti da Ala (Trento), hanno edificato la loro residenza veronese nella quale hanno vissuto anche quegli esponenti i cui cenni biografici sono presentati in questo sito. La duchessa Felicita lascerà inoltre ad un ente assistenziale il magnifico e storico castello di Bevilacqua, oggi trasformato in prestigioso ristorante-centro congressi con possibilità di pernotto in lussuose camere, ubicate nelle quattro torri del castello; l’antica cappella di famiglia (il sacello delle Sante Teuteria e Tosca) verrà, invece, donata alla parrocchia dei Santi Apostoli in Verona. 2) Il secondogenito Guglielmo (1418 + 1486) dà origine ad un altro ramo della famiglia (detto di Sant’Anastasia) tuttora fiorente, i cui membri godono dei seguenti titoli: Conte di Bevilacqua, Minerbe e terre annesse (ai maschi); Signore di Brentino e Mancalacqua (ai maschi); Nobile di Verona (ai maschi e alle femmine); Nobile di Trento (ai maschi e alle femmine).
questi articoli sono stati scritti dal nostro socio Riccardo Bevilacqua (Bergamo) Bibliografia Annuario della Nobiltà Italiana, XXXI edizione, vol. IV (sub voce Bevilacqua), S.A.G.I. Casa Editrice, 2009.
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