
GLI SCALIGERI DOPO IL 1387 di Nicola P. Antonio Della Scala, ultimo signore di Verona, non seppe gestire il vasto dominio che aveva ereditato e che era guardato sempre più con preoccupazione da Venezia e dai Carraresi. Inoltre gli ultimi Scaligeri non goderono di buona fama né per le loro capacità diplomatiche, né per quelle di governo e, tantomeno, per le loro doti morali. Fu così che potè essere ravvivata l’idea di una lega anti-scaligera guidata da Venezia, dai Visconti e dai Da Carrara. Aderirono a questa alleanza anche famiglie veronesi storicamente fedeli agli Scaligeri ma oramai disilluse a causa della inattitudine al governo degli ultimi discendenti dei signori di Verona. Dopo la cacciata da Verona della famiglia, nel 1387, la storia dei Della Scala segue tre vie. Alcuni dei Della Scala non nobili (poiché discendenti da rami laterali) rimasero a Verona, altri migrarono nel Trentino. Di essi non si sa nulla, salvo il fatto che già nel XVIII secolo non v’è più traccia alcuna dei loro discendenti. L’ultimo signore di Verona, Antonio Della Scala, marito di Samaritana Da Polenta, fuggì nei dominii del suocero a Ferrara e Ravenna ove morì nel 1388. Suo figlio morì prima di diventare adolescente. Il ramo che sopravvisse più lungamente fu quello dei discendenti di Cangrande II, i quali, approfittando dell’amicizia con i Wittlesbach, potente famiglia tirolese i cui dominii erano contigui a quelli di Verona, si rifugiarono presso la corte del futuro imperatore Sigismondo. Guglielmo giunse a Monaco nel 1389 con delle sostanze che, seppur lontane dai fasti della signoria, gli permisero di inserirsi e restare nell’elite imperiale. Nel 1404 vi fu un fallimentare tentativo militare di riconquistare Verona. I cittadini, commossi ed entusiasti, si rivoltarono contro il dominatore straniero al grido “Viva la Scala!”. Purtroppo il tutto finì in un oceanico bagno di sangue. La discendenza di Guglielmo incluse Nicodemo, potente ed abile vescovo di Frisinga che amministrò saggiamente i vastissimi possedimenti della sua Cattedrale che si spingevano fino in Austria e seppe dare vita ad una rinascita spirituale della sua diocesi. Altro figlio era Brunoro che, a causa della sua insistenza, nel 1412 ottenne il titolo di Vicario Imperiale per Verona e Vicenza. Titolo che al momento era solo teorico essendo le due città suddette sotto il dominio veneziano. Intanto, però, egli era affidatario di importanti incarichi amministrativi e diplomatici, che gli valsero la nomina a Principe Imperiale. Giovanni Della Scala si distinse in battaglia a seguito di Ludovico il ricco e ne divenne cavaliere, mentre il figlio Hans sposò una nobildonna diventando signore di Amerang. Ne concludiamo quindi che per tutto questo tempo gli Scaligeri, sempre fedeli all’imperatore, svolsero svariati importanti incarichi alla sua corte, come consiglieri, vicari, amministratori e diplomatici, sempre sognando il ritorno a Verona. Nel frattempo, perfettamente introdotti nella nobiltà bavarese, si imparentarono con varie famiglie locali e tradussero in tedesco il loro cognome “Von der Leiter”. Nel 1508, finalmente, Massimiliano I che aveva mire espansionistiche in nord-italia, decise di appoggiare le richieste dei Della Scala contro Venezia. Purtroppo, però, il ceto dei mercanti, che con la Serenissima faceva succulenti affari, dissuase con successo l’imperatore. Gli Scaligeri non si persero d’animo e continuarono nella ricerca di appoggi ed in qualche, sempre meno convinto, tentativo militare e legale di rivendica. La vita continuò tranquilla per i restanti decenni del secolo. Nonostante ancora oggi alcune famiglie sostengano comicamente di esserne discendenti, i discendenti dei Della Scala di Verona non avrebbero mai veduto l’alba del secolo diciassettesimo. Il 10 ottobre del 1598 moriva Giovanni Teodorico Della Scala sulla cui tomba troviamo scritto: “ultimo dei discendenti dei signori della scala morì a ventisette anni senza lasciare erede alcuno”. Verona, malinconica del glorioso passato, sarebbe stata sempre fedele a Venezia fino al devastante dominio napoleonico ed a quello austriaco il quale l’avrebbe traghettata verso l’enigmatica tappa dell’unità d’Italia.
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