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21/06/2008
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05/06/2008
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Dante Alighieri

Dante La Divina Commedia

Dante e gli Scaligeri
(di Fabio Carlo Sansoni)

Non è nostra intenzione trattare la figura del grande poeta Dante Alighieri in questa sede. Vorremmo però accennare al legame che unisce il celebre scrittore fiorentino alla famiglia veronese dei della Scala. Dante Alighieri, esule politico fiorentino, soggiornò per la prima volta nella liberale, e ghibellina, Verona, nei primissimi anni del '300 quando la città era retta da Bartolomeo della Scala. Dopo quella prima visita il poeta soggiornò una seconda volta presso la corte scaligera nel 1312 proprio mentre a Verona regnava il principe Cangrande della Scala. Dante forse vedeva in lui  quell'ideale di signore la cui incredibile forza militare e abilità politica avrebbero permesso di aspirare alla pacificazione dell'Italia intera.

Nei sei anni di permanenza a Verona (dal 1312 al 1318) , Dante lavorò instancabilmente alla Comedia, probabilmente presso le sale della Biblioteca Capitolare, dove venne composta buona parte del Paradiso.
Sui motivi della partenza di Dante da Verona molto si è scritto, ricercandone le cause dentro e fuori dalla città, in ambascerie proposte a Dante da Ravenna, o in un mutato rapporto con il signore di Verona o ancora ad attriti con la corte scaligera.
Nel gennaio del 1320 Dante è nuovamente a Verona e nella chiesa di Sant'Elena, legge ai canonici e agli uomini di cultura veronesi la sua celebre Quaestio de aqua et terra, forse sperando di conquistarsi così l'ammissione all'insegnamento nello Studio (la scuola superiore di Verona che stava diventando un'università rinomata). Ma gli venne preferito il maestro di logica Artemisio e Dante Alighieri proseguì così il suo peregrinare fino alla morte l'anno seguente. Possiamo leggere in tutta la Comedia dantesca allusioni e accenni a questi soggiorni presso gli Scaligeri a partire forse dalle celebri terzine del Paradiso:

Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ’n su la scala porta il santo uccello;
ch’in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo.
Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue.
Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;
ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
in non curar d’argento né d’affanni.
Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.
(Paradiso, Canto XVII)

Spiegazione delle cosiddette “terzine scaligere”:
Dante è nel Paradiso e nel canto precedente ha avuto modo di parlare con Cacciaguida, un suo antenato, il quale è in grado di fare delle profezie. Su esortazione di Beatrice (che sa già cosa egli voglia dire, come del resto Cacciaguida, ma vuole spingerlo a esprimere i suoi desideri), il poeta chiede infine spiegazioni sulle numerose e vaghe profezie che ha udito dire, attraversando con Virgilio l'Inferno e il Purgatorio. Il suo avo gli risponde allora chiaramente, iniziando il discorso con una digressione sulla prescienza divina.
Dante desidera sapere che ne sarà della sua vita in futuro e Cacciaguida gli conferma che sarà mandato in esilio da Firenze per ordine di papa Bonifacio VIII. Il poeta fiorentino era infatti un sostenitore della fazione dei guelfi Bianchi e quando la fazione opposta dei Neri riuscì ad impadronirsi di Firenze a Dante Alighieri non restò che fuggire dalla sua città perseguitato dalle calunnie e dall’odio dei rivali. Cacciaguida rassicura Dante che la giustizia divina prevarrà e che il poeta diventerà molto famoso.
Il suo primo rifugio sarà presso la famiglia dei signori di Verona da Bartolomeo della Scala, alla cui corte conoscerà anche il giovane Cangrande a quell’epoca un promettente fanciullo di nove anni, ma le cui opere influenzate da Marte (cioè le opere militari) saranno degne di grande fama, ancor prima che papa Clemente V inganni Arrigo VII (che venne in Italia nel 1310-1313, e nel quale tra l'altro Dante aveva riposto grandissime speranze).
L’encomio di Cangrande della Scala (forse il gran Lombardo di cui si fa menzione) — cui tra l'altro sarà anche dedicato il Paradiso — è così esaltato che alcuni critici hanno ipotizzato, senza però reale fondamento, che fosse questo il personaggio prefigurato da Dante nel "veltro" del canto I dell'Inferno. Cacciaguida fa poi anche altre profezie, che il poeta però non riporta perché sarebbero ritenute troppo incredibili.

Dante Alighieri

Come abbiamo detto Dante era già stato ospite degli Scaligeri sotto la signoria di Bartolomeo nei primissimi anni del '300.  E' in questo periodo che si ritiene si sia consumata la tragica storia di Giulietta e Romeo, e molti vogliono interpretare la famosa terzina di Dante, che fu a Verona proprio in quegli anni, come prova inconfutabile che la leggenda abbia ben più che un fondo di verità:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti
Monaldi e Filippeschi, uom senza cura
color già tristi, e questi con sospetti
(Purgatorio VI, vv.106-108)

A Verona Dante vide anche il famoso e antico palio del drappo verde che per secoli ebbe luogo nella città scaligera, e ne dovette rimanere impressionato tanto da parlarne in un’altra parte della sua opera:

Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna...
(Inferno, XV vv 121/122)

Cangrande della Scala e Dante Alighieri

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