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07/09/2010
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07/09/2010

Aggiornati nel Calendario gli eventi, prevalentemente in terra scaligera.

 

Da Comune a Signoria (parte seconda)

L’inizio della Signoria Scaligera (di Fabio Carlo Sansoni)

parte seconda

Bartolomeo della Scala (… -  m. 1304)

Con le sue imprese militari Bartolomeo si guadagnò l’ammirazione dei suoi sudditi alla quale si aggiunse anche il favore e il rispetto dei Castelbarco e dei Bonaccolsi ghibellini.
Quando Alberto I della Scala morì, il 3 settembre del 1301, la successione di Bartolomeo fu tranquilla. Il padre lo aveva nominato tutore dei fratelli ancora minori e quindi egli era a tutti gli effetti il capo famiglia. Gli statuti cittadini gli conferivano i poteri di capitano a vita con ogni autorità sui vari organi governativi. Bartolomeo aveva circa trent’anni ed era legalmente il signore di Verona e di tutti i territori annessi. Fu un signore benigno e amante della pace; preferì governare con la diplomazia anziché guerreggiare, anche se aveva dimostrato di essere un ottimo condottiero e combattente.
Ad esempio capì rapidamente che i Visconti di Milano, essendosi finalmente liberati dei loro acerrimi nemici, i Torriani, iniziavano a guardare con interesse le regioni dell’alto lago di Garda, ottimo punto di partenza per un’invasione dei territori scaligeri, cercando di attirare a sé le simpatie dei ghibellini del Nord Italia. Così Bartolomeo concluse rapidamente una pace con il Vescovo di Trento assicurandosi un alleato contro il cognato, Matteo Visconti, il quale pareva essersi dimenticato i suoi rapporti di parentela con gli Scaligeri.
Matteo Visconti stava guadagnando troppo favore con i ghibellini lombardi e persino con l’Imperatore, il quale lo aveva già nominato vicario imperiale. A quel punto non fu soltanto necessario garantirsi l’aiuto di Trento (anche a costo di perdere il potere sull’alto lago di Garda), ma anche coltivare alleanze con i Torriani espulsi da Milano e con Alberto Scotto signore di Piacenza (notoriamente di parte guelfa ma nemico dei Visconti).
In questo modo l’espansionismo territoriale dei Visconti fu nettamente contenuto, Matteo rinunciò alla guerra  e tutto questo senza spargimento di sangue.
Nei pochi anni di vita che gli rimasero Bartolomeo potè godere la pace che aveva costruito  e quando rimase vedovo si risposò con la sua amante, Agnese del Dente. Nonostante Bartolomeo avesse dei figli (Franceschino detto Chichino, figlio legittimo, e Bailardino, illegittimo) quando morì il potere non passò nelle loro mani, ma in quelle dei due fratelli Alboino e Cangrande. Questo sistema di mantenere unita la linea di successione diretta, evitando di frammentarla e indebolirla,  fu per gli Scaligeri un ottimo modo per consolidare una Signoria ancora giovane e vulnerabile. Bartolomeo è rimasto nella storia anche come colui che accolse a Verona Dante Alighieri, esule fiorentino, una delle menti più eccelse dell’Italia del XIV secolo. [vedi articolo su Dante Alighieri]


Alboino della Scala (… -  m. 1311)


A Bartolomeo successe Alboino, figlio secondogenito di Alberto I della Scala, che assunse il titolo e i poteri del fratello. Alboino si insediò nel palazzo del capitano mentre il fratello minore Cangrande e i vari nipoti si trasferirono nelle dimore adiacenti la chiesa di Santa Maria Antica. In questo modo tutti i membri della famiglia Scaligera vivevano nella stessa zona del centro di Verona, occupando gran parte della contrada di Santa Maria Antica. La ricchezza della famiglia dei della Scala stava aumentando sempre più; i beni del Comune si erano fusi con quelli degli Scaligeri creando un patrimonio valutato tra i più cospicui dell’Europa di quegli anni.
Per esempio Franceschino, figlio di Bartolomeo, poteva vantarsi di essere il signore di Povegliano, Salionze, Illasi, Colognola, Montorio, Parona e altri contadi, nonché della contrada della Pigna e di quella del Duomo in Verona.
Alboino della Scala non era esattamente come il suo predecessore; in una nota del Convivio (XVI cap.) Dante Alighieri ne mette in rilievo una caratteristica: la brama di notorietà. Insomma, secondo Dante,  Alboino desiderava essere famoso e potente ma soprattutto voleva essere “nobile”, aspetto sul quale il celebre poeta fiorentino forse aveva qualcosa da argomentare. Come uomo d’arme Alboino fu un valido aiuto per il fratello Bartolomeo nella guerra contro Tagino Bonaccolsi e Azzo VIII d’Este, ma è interessante notare la sua delicata posizione familiare, poiché  oltre che fratello di Bartolomeo e futuro successore al titolo di Capitano e Signore di Verona era anche lo sposo di Caterina Visconti, figlia di Matteo, imparentato con una delle famiglie più potenti della Lombardia. Fu Alboino che puntò le mire espansionistiche scaligere sulla città di Brescia, quale ottimo punto di partenza per la conquista di Bergamo e della Lombardia. Infatti si alleò con il vescovo di Brescia e con alcune città della Lega Lombarda quali Parma e Cremona e si mosse contro Azzo d’Este. Nel 1306 Alboino passò il Po e devastò il Polesine. L’esercito scaligero giunse fino alle porte di Ferrara nella quale non riuscì ad entrare, ma dopo un anno di scorrerie e assalti ottenne una pace vantaggiosa che toglieva di mezzo (anche se temporaneamente) uno dei nemici più insidiosi della Signoria Scaligera. E’ in questo periodo, nel 1308, che Alboino volle associato nel dominio dei territori scaligeri, il giovanissimo fratello Cangrande, il quale era decisamente portato per il mestiere delle armi e dimostrava capacità belliche non indifferenti.
In quel periodo in Germania stavano maturando eventi di grande importanza per le sorti delle signorie italiane e per tutto l’Impero: Enrico VII di Lussemburgo era stato eletto re della Germania e re dei Romani. [ vedi articolo su Arrigo VII]
Gli Scaligeri furono tra i primi ad inviare i loro ambasciatori alla corte di Enrico, promettendo al nuovo re aiuti finanziari e sostegno militare in occasione della discesa del monarca in Italia, dove sarebbe stato incoronato ufficialmente.
Nel 1310, proprio mentre Enrico stava valicando le Alpi, lo raggiunse una seconda ambasciata scaligera; fu inviato il migliore uomo della corte veronese, Bailardino Nogarola, cognato di Alboino e Cangrande e grande amico della famiglia della Scala. L’Imperatore nominò l’ambasciatore scaligero vicario imperiale di Bergamo, ma manifestò il desiderio di voler pacificare tutte le diatribe nei domini veneti e ordinò che la famiglia Sambonifacio ritornasse a Verona. Non solo, non volle nominare vicario imperiale di Verona il signore scaligero, ma Vanni Zeno da Pisa. A Milano, il giorno della solenne incoronazione con la corona ferrea, la città di Verona fu rappresentata dal vescovo Tebaldo poiché Alboino e Cangrande si rifiutarono di presenziare in segno di protesta. In atto di sfida gli Scaligeri rinunciarono alla loro Signoria gettando nel panico la città di Verona, certi che i veronesi non avrebbero mai accettato altri signori. L’Imperatore dovette ricredersi ed il 7 marzo 1311 concesse il vicariato imperiale sulla città di Verona ad Alboino e Cangrande della Scala. A quel punto i fratelli della Scala assommavano nelle loro mani delle cariche distinte: quella di capitani e rettori del Comune, nonché signori della città e quella di Vicari Imperiali legali rappresentanti del potere dell’Imperatore. Gli Scaligeri pagarono  profumatamente questi titoli ed onorificenze imperiali; oltre all’enorme somma di denaro che dovettero sborsare per finanziare la spedizione italiana di Enrico e la sua incoronazione a Roma, dovettero fornirlo di un adeguato contingente di soldati ben equipaggiati che avrebbero costituito la sua scorta durante il viaggio. [vedi articolo sull’equipaggiamento di un soldato della prima metà del XIV secolo]
Il sistema di pacificazione imposto dall’Imperatore era basato sul controllo di tutto l’Impero da parte dei vicari generali o governatori. Nel caso del Nord Italia il vicario generale di Lombardia era Amedeo di Savoia, il quale controllava tutta l’area settentrionale in vece dell’Imperatore, compresa la città di Verona. I vicari delle varie città imperiali o “di Cesare”, come allora si preferiva dire, dovevano pagare tributi al governatore e sostenerlo nell’opera di “pacificazione forzata” schiacciando tutti quei comuni che non riconoscevano l’autorità di Enrico.
Una di queste città fu Padova, un comune guelfo che non accettava le imposizioni politiche e fiscali dell’Imperatore tedesco. Padova aveva ottenuto con una manovra diplomatica il controllo di Vicenza, strappandola all’orbita scaligera, ma rifiutava di pagare le enormi somme di denaro richieste dall’Imperatore.  Il sovrano decise di mandare una spedizione armata contro la città e costringere i padovani alla resa. Le milizie imperiali erano condotte dal vescovo di Ginevra Aimone e dal signore di Clairac e quando passarono per Verona si aggiunsero i due fratelli della Scala assieme ad altri cavalieri vicentini e ai Castelbarco. Vicenza fu espugnata e gli Scaligeri entrarono per primi in città facendo strada all’esercito imperiale. La città ebbe subito una propria autonomia politica con un vicario imperiale, Vanni Zeno da Pisa, al quale successe solo pochi mesi dopo Aldrighetto di Castelbarco, nipote di Guglielmo e fedele alleato degli Scaligeri. Per i Signori di Verona fu un grande successo avere un loro “uomo di fiducia” a capo della città di Vicenza, in più i vicentini accolsero di buon grado l’intervento scaligero e aiutarono in ogni modo i Signori della Scala a osteggiare i nemici padovani cercando di spingere il comune guelfo ad entrare in conflitto diretto con l’Imperatore e i suoi alleati.
Intanto Enrico VII sostava sotto le mura di Brescia che gli resisteva e in sua compagnia c’erano Alboino e Cangrande. [vedi articolo su la vendetta di Arrigo VII]
Brescia cadde e si sottomise al re il quale convocò un’assemblea generale dei Comuni dell’Alta Italia. Mentre si teneva l’assemblea generale Alboino si ammalò gravemente e ritornò a Verona. Al fianco dell’Imperatore c’era l’indomito Cangrande della Scala che osservava con attenzione ogni mossa del suo re. In effetti il giovane scaligero puntava alla nomina di vicario imperiale di Vicenza e l’Imperatore si stava rendendo conto che solo gli Scaligeri erano in grado di sostenere le enormi spese e le tasse richieste.
In poco tempo le condizioni di Alboino peggiorarono al punto che Cangrande dovette abbandonare Enrico VII per accorrere al capezzale del fratello il quale morì il 29 novembre 1311. Quando Alboino spirò il potere della Signoria Scaligera passò nelle mani dell’ultimo figlio di Alberto della Scala, il giovane Cangrande, un uomo intelligente, forte, audace e un eccellente guerriero.

 


• Andrea Castagnetti e Gian Maria Varanini: Il veneto nel medioevo: Dai Comuni cittadini al predominio scaligero nella Marca. Verona, 1991
• Andrea Castagnetti e Gian Maria Varanini: Il Veneto nel medioevo: Le signorie trecentesche. Verona, 1995
• Mario Carrara: Gli Scaligeri, dall’Oglio editore, 1966
• AAVV: Gli Scaligeri 1277-1387, A. Mondadori Editore,Verona 1988
• Carlo Cipolla: La storia politica di Verona, Valdonega edizioni, Verona

 


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