L’inizio della Signoria Scaligera (di Fabio Carlo Sansoni) Mastino I della Scala (… - m. 1277) Tra i collaboratori di Ezzelino nella gestione del potere su Verona compare uno Scaligero, un certo Federico della Scala, Podestà di Cerea nel 1248, ambasciatore con Rainero da Isola nella guerra di Lodi sostenuta da Ezzelino III contro i milanesi nel 1251. La famiglia dei della Scala si trovava a Verona già nel secolo XI ed era abbastanza benvista dai cittadini del Comune che accettarono di buon grado Federico. [vedi articolo sull’origine della famiglia scaligera]
Federico della Scala era un uomo di fede ghibellina e di estrazione borghese. In lui Ezzelino ripose la propria fiducia fino a quando, nel 1257, non lo ritenne reo di congiura assieme al fratello Bonifacio ed il suocero Boninsegna de Chiavica, i quali, secondo le teorie del tiranno da Romano, con l’aiuto di altri traditori volevano consegnare il Comune di Verona nelle mani di Azzo d’Este. Tutti i sospettati di tradimento furono trascinati in catene nella piazza del Mercato dove vennero arsi vivi. L’anno successivo, un altro membro della famiglia scaligera fu chiamato a servire Ezzelino III: Mastino I della Scala, parente di Federico, fu fatto Podestà di Cerea, e nel gennaio del 1259 divenne Podestà del Comune di Verona con l’assenso di Ezzelino. Mastino della Scala era figlio di Jacopino, un mercante di lane veronese. Egli non era ricco al punto da suscitare sospetti o bramosie da parte della ricca borghesia veronese, era privo di titoli nobiliari e quindi non in competizione con l’aristocrazia veneta, abile certamente nelle sottigliezze della politica, diplomatico e capace nei rapporti con la classe imprenditoriale e autorevole nell’esercizio di funzioni di governo. Un uomo fidato, valido e determinato, l’uomo ideale per ricoprire la carica di Podestà e anche quella di Capitano del Comune. La sua personale avvedutezza mercantile lo guidò sulla buona strada senza passi falsi, seppure nel cuore di Mastino vi fu un piano di conquista della signoria di Verona ben chiaro che prevedeva una serie di tappe in rapida successione sino al raggiungimento del potere assoluto. Egli fece conto quasi certamente sul consiglio e l’aiuto del fratello Alberto, abile ancor più di lui nella gestione del potere. Ma di certo Mastino comprese come il proprio successo personale nella Verona comunale della fine del Duecento fosse condizionato dall’appoggio di due classi sociali importantissime:la classe artigiana ed il clero. Mentre gli artigiani producevano ricchezza in beni di consumo e fornivano abiti e armi agli uomini del Comune, i monaci veronesi disponevano di denaro per i bisogni dei poveri e per il decoro delle chiese, ammassando insieme alle elemosine, le rendite dei feudi e dei lasciti. I primi avevano la forza del numero, gli altri il prestigio del potere spirituale, sul quale vigilava gelosamente la Chiesa Cattolica. Mastino, da buon mercante, volle favorire la classe mercantile al quale apparteneva. I mercanti erano il nerbo economico per ogni programma politico; nelle loro mani passava il denaro, le merci più pregiate, le materie prime da lavorare e quindi avevano un peso notevole nella gestione del potere all’interno della gerarchia comunale. [vedi l’articolo sulla figura del mercante alla fine del XIII secolo] Mastino dunque volle farsi rappresentante del popolo veronese, ma non dei poveri, dei braccianti e dei contadini, fu portavoce di quella parte del popolo che poteva condizionare la politica comunale: in sostanza fu il “braccio della Domus Mercatorum”, ossia del consorzio dei mercanti veronesi, il maggior organo imprenditoriale della città. In questo modo lo scaligero poteva avere il supporto delle Arti o Mestieri che detenevano in sostanza il potere effettivo. Infatti i milites, ovvero i feudatari e i ricchi magnati di nobile discendenza, non avevano alcun peso nella politica cittadina perché erano stati abbattuti e schiacciati anni prima da Ezzelino da Romano ed erano oramai esclusi dalla gestione del potere del Comune che stava tutta nelle mani dei cives. A testimonianza della crescente importanza delle Arti veronesi, ricordiamo che il vessillo del Comune di Verona, portante una croce bianca in campo rosso si tramutò in una croce gialla su campo azzurro, simbolo delle Arti medesime ed ancor oggi simbolo araldico della città di Verona. In poco tempo, tra il 1261 e il 1262, con l’appoggio della Casa dei Mercanti, Mastino passò la carica di Podestà di Verona al veneziano Andrea Zeno (ottenendo il favore dei mercanti veneziani) e ricoprì il titolo di Capitano del Popolo (titolo che trasmise al fratello Alberto nel 1277). Un cronista del tempo per riassumere in poche parole il governo di Mastino della Scala , affermò: “fu fatta pace”. Infatti Mastino fu l’uomo della pace con tutti, secondo i desideri del popolo veronese sfibrato dai decenni turbolenti del governo ezzeliniano, e permise al conte Loisio di Sanbonifacio di rientrare in città con i suoi accoliti e Verona festeggiò poiché “fuit facta pax Comunis Civitatis Veronae”. Per alcuni anni la città potè restare in pace, anche se non erano inconsueti i tumulti e le scaramucce tra famiglie e fazioni avversarie. Seguendo le linee della politica di espansione instaurata da Ezzelino da Romano, tra il 1265 e il 1266 l'esercito veronese riuscì ad impossessarsi di città come Trento, Lonigo e Montebello, avvicinandosi minacciosamente a Vicenza. Se nel trentino l’autorità vescovile e la forza dei feudatari era tale da poter resistere agli attacchi degli Scaligeri, Vicenza era protetta dai guelfi padovani, il nemico per eccellenza dei signori veronesi. I confini politici che Mastino I voleva oltrepassare erano molto solidi:a nord della città di Verona resisteva il feudalesimo tedesco (tra sostenitori del Papa e dell’Imperatore) e ad est il libero Comune patavino spalleggiato dai guelfi e dai mercanti veneziani. Rimaneva qualche possibilità di espansione a ovest, ovvero in Lombardia, là dove Buoso da Bovara era impegnato contro Cremona. Così i veronesi andarono con 500 cavalieri in aiuto del condottiero che aveva sconfitto Ezzelino III, quel Buoso che dopo la parentesi guelfa anti-ezzeliniana era ritornato ad alzare il vessillo imperiale ghibellino. I cavalieri veronesi vinsero la battaglia, ma sulla via del ritorno furono assaliti da bresciani e mantovani (già da allora nemici giurati dei veronesi) e spogliati di tutto quello che avevano razziato. In effetti sia Brescia che Mantova furono per tutta la politica scaligera due “prede” molto ambite, in quanto basi perfette per fronteggiare la minaccia delle truppe milanesi e per mantenere il controllo militare su tutto il Lago di Garda. Nel 1266 l'ultimo rampollo della dinastia Hohenstaufen, il giovane duca Corrado V, noto come Corradino di Svevia, figlio dell'imperatore Corrado IV e di Elisabetta di Wittelsbach di Baviera, diede notizia di un suo “imminente” arrivo armato in Italia, con la scusa di ristabilire la pace tra i comuni italici, martoriati dalle continue lotte interne. Il Duca di Svevia si decise a varcare le Alpi solo nel 1267, dopo aver placato i feudatari germanici, presso i quali non godeva di grande stima. Verona lo accolse con grandi feste nell’ottobre di quell’anno e lo ospitò per ben tre mesi dentro le sue mura. Mentre a Verona si erano presentati ambasciatori da gran parte delle città italiane venete, lombarde e persino dalla Toscana e dalla Sicilia per rendere omaggio al giovane Corrado IV, a Roma, papa Clemente IV, il 18 novembre del 1267, emise la scomunica verso il principe tedesco e verso tutti i ghibellini italiani che lo appoggiavano. Il pontefice minacciò di scomunicare l’intera città di Verona (Capitano, Podestà e alte cariche comprese) per aver dato ricetto al duca. Nonostante la condanna del pontefice su tutti i veronesi, Mastino, fedele alla fazione imperiale accompagnò Corradino sino a Pavia, dove fu nuovamente accolto con festosità, ed alzò Mastino I della Scala al titolo di podestà della città lombarda. A Verona, mentre Mastino era assente, la situazione era presto degenerata: il partito dei conti di San Bonifacio, con in testa il conte Lodovico, alleato con Pulcinella delle Carceri, riuscì ad eliminare le guarnigioni scaligere di Legnago, Villafranca, Illasi, e di molti altri paesi del veronese. Si accese così un'aspra lotta fra le campagne, che coinvolse non solo i due eserciti rivali, ma anche la popolazione locale, che si vide costretta a dare asilo sia agli Scaligeri, sia ai loro avversari. In uno scontro particolarmente acceso, perse la vita Bocca dalla Scala, fratello di Mastino. Ben presto però, il Capitano del popolo e le sue truppe ebbero la meglio: ripresero il controllo delle cittadine e dei borghi caduti, e furono intavolate trattative di pace e alleanza con Mantova, da sempre sede dei fuoriusciti veronesi, che furono puniti anche se non con la crudeltà del tirannico Ezzelino III o dei successori di Mastino. In effetti la città virgiliana era imprendibile tramite un’azione esterna o un assedio, grazie alla difesa naturale delle paludi che la circondavano. Solo con un azione “interna” ( magari proprio con l’aiuto di qualche esule) gli scaligeri avrebbero potuto penetrare nella fortezza mantovana e prenderne il controllo, ma i tempi non erano ancora maturi. Nel 1274, Mastino riuscì ad imporre come podestà di Mantova il fratello Alberto, garantendo così una pace duratura ed un periodo di rapporti amichevoli tra le due città. Durante i periodi di pace, Mastino si dedicava ad abbellire e ad ingrandire i suoi palazzi e i suoi castelli, a curare l'economia e il commercio cittadino ed ad invitare alla sua corte artisti e letterati da tutto il Veneto. Alla morte di Corradino, la gloriosa dinastia degli Hohenstaufen si estinse. Ma ben presto giunse a Verona in gran pompa un'ambasceria del nuovo imperatore germanico, Rodolfo d'Asburgo, con il vessillo imperiale e con lo stendardo personale dell'imperatore. Egli portava il saluto del nuovo sovrano e aspettava il consueto atto di fedeltà da parte del Comune e del popolo veronese. Il Consiglio si riunì e mise nelle mani dell'ambasciatore il giuramento di fedeltà di Verona, che tornava ad essere una feudo sotto la "protezione" dell'Imperatore di Germania. Se da una parte Verona era sicura sotto il controllo germanico, i rapporti con la Chiesa erano sempre molto precari. Sulla città gravava ancora la scomunica. A questo proposito è interessate il rapporto tra Mastino I e la Chiesa veronese. Già in epoca ezzeliniana uno Scaligero, Manfredo, aveva occupato la cattedra di San Zeno (1252-1255) con il consenso dei da Romano. La sua elezione era avvenuta in contrasto con i desideri della Sede Apostolica di Roma che non riconosceva il vescovo Scaligero. Nel 1268 i canonici della cattedrale di Verona elessero Guido della Scala (figlio illegittimo di Mastino) rettore della chiesa di San Tomio. Il legato pontificio censurò l’operato dei canonici veronesi che dovettero pagare una grande ammenda al Papa. Oltre al supporto del figlio, Mastino contava molto anche sul sostegno degli Ordini religiosi veronesi. Mentre Ezzelino aveva prediletto i benedettini, Mastino I favorì i francescani ai quali lasciò la chiesa di San Fermo Maggiore. Quando il francescano Semidio successe legittimamente al vescovo Guido della Scala, Mastino dovette convenire sull’importanza della spedizione contro gli eretici di Sirmione. Sulla penisola del basso lago di Garda, viveva una congregazione di Patarini, dichiarati eretici e pericolosi, contro i quali l’Inquisizione volle scatenare la propria ira. La spedizione fu voluta dal vescovo Temidio (che era stato inquisitore a Verona) e guidata da Mastino ed Alberto della Scala. Nel 1276, quasi 200 eretici furono condotti in catene a Verona in attesa di supplizio. Mastino non accettò mai di far giustiziare gli eretici di Sirmione i quali furono arsi vivi all’interno dell’Arena dopo la morte del capitano veronese. Mastino I della Scala non era un fervente cattolico anche se devoto e credente come la maggior parte degli uomini di potere. Egli agiva con prudenza e saggezza, senza mai cercare lo scontro aperto col Papa. L’impresa contro i Patarini di Sirmione riconciliò la famiglia della Scala con la Sede Apostolica e il Papa Nicolò IV ricompensò i signori scaligeri donando loro la torre ed il palazzo che Ezzelino da romano aveva costruito ad Illasi. Dopo la spedizione contro gli eretici Mastino si dedicò alla pace interna. Per amore di questa pace si intromise in una grave questione famigliare, coprendo con la sua autorità il colpevole di una violenza su di una fanciulla della casa dei da Pigozzo. Questi, insieme ai parenti Scaramella e Plancani chiedevano la morte del reo, mentre Mastino pensava che si potesse risolvere l’oltraggio costringendo lo stupratore a sposare la ragazza. Per questo litigio, il 26 ottobre 1277, Mastino fu assassinato a tradimento assieme all’amico Antonio Nogarola. La maggior parte delle fonti indica Isnardo Scaramella quale uccisore materiale di Mastino. Chi sia stato il vero mandante dell’assassinio del Capitano del popolo non si sa con certezza; c’è persino chi pensa ad Alberto, il fratello di Mastino, che in quel periodo era Podestà di Mantova ed era desideroso di aumentare il proprio potere politico. Ad ogni modo Mastino aveva trascurato uno dei più elementari diritti medioevali e aveva coperto un reato ignobile che aveva scatenato sulla sua famiglia odi e rancori repressi. Da Comune a Signoria. Il passo decisivo. Dopo aver barbaramente ucciso Mastino della Scala, l’assassino, Isnardo Scaramella da Monzambano, insieme alla fazione che aveva congiurato contro il Capitano del Popolo, occupò la piazza del Mercato della città di Verona cercando di fare proseliti per rovesciare il governo degli Scaligeri. Alberto I della Scala accorse da Mantova con dei soldati e in una settimana arrestò i rivoltosi. I colpevoli del barbaro assassinio di Mastino furono giustiziati. I nobili furono decapitati sulla piazza del Mercato, i loro seguaci non blasonati furono affogati nell’Adige. Coloro che riuscirono a sfuggire alla giustizia furono banditi dalla città di Verona insieme a tutto il resto della loro famiglia. I beni dei congiurati vennero confiscati e Alberto per molto tempo continuò ad inseguire i traditori anche fuori dai confini veronesi, avvalendosi anche di spie e sicari. La violenza e la sistematicità della vendetta di Alberto era motivata dal fatto che secondo lui l’assassinio del fratello fu una cospirazione che mirava ad estirpare il dominio scaligero in Verona e non un atto di furia omicida legato al rancore per un torto subito. Nei nuovi statuti veronesi Alberto fece includere pene durissime contro chiunque sovvertisse l’ordine pubblico e soprattutto contro i congiurati sopravvissuti. La pacificazione interna non fu conseguita solo con la ferocia delle repressioni e il terrore delle sanzioni stabilite dagli statuti cittadini. Già al tempo di Ezzelino buona parte delle famiglie nobili erano state schiacciate dal potere del tiranno. In seguito anche Mastino, non appena ebbe il potere sulla città, bandì parecchie casate da Verona e impedì il rientro di coloro che erano stati cacciati. In definitiva venivano a mancare le grandi famiglie nobili che potevano in qualche modo opporsi al Dominus scaligero, e magari proporsi quale alternativa politica per la città. La pace era ciò che tutti desideravano a Verona: i mercanti volevano proseguire tranquilli nei loro traffici e i chierici desideravano amministrare i loro beni e dedicarsi alla contemplazione di Dio. Un Dominus, ovvero un Signore, era l’unico che poteva garantire quell’equilibrio e quella pace, con le leggi e con la forza poteva impedire a una fazione o all’altra di andare per le strade a far strage di avversari politici, saccheggiando, uccidendo, bruciando case. I litigi tra le ricche famiglie veronesi avevano esacerbato il popolo che non sopportava una cambiamento continuo ai vertici del potere. Ormai per tutti era chiaro a chi si doveva obbedienza: al migliore, al più forte, al più determinato dei cittadini e in seguito ai suoi discendenti, i quali non sarebbero stati da meno del loro padre, ricevendo in casa la giusta formazione e le idee idonee per saper governare. Alberto I della Scala (… - m. 1301) Alberto della Scala non era di certo uno sconosciuto in Verona, né mancavano prove delle sue doti politiche e militari. Per prima cosa era fratello di Mastino I, un uomo al quale Verona si sentiva grata per averla governata saggiamente nel difficile trapasso dalla tirannia ezzeliniana al ristabilimento del libero Comune. Se ciò non fosse bastato, tutti conoscevano la determinazione e le capacita diplomatiche di Alberto e gli erano grati per aver avvicinato la città di Mantova agli interessi veronesi sostenendo la famiglia dei Bonaccolsi, facendo in modo di tener lontani i Visconti di Milano che cercavano in ogni modo di includere la città nel lista dei loro alleati. In fine Alberto era l’unico discendente di Mastino I, il quale era morto improvvisamente senza lasciare discendenti legittimi. Da ultimo nessuno dubitava che Alberto della Scala avrebbe portato a compimento la riforma degli statuti di Verona, alla quale aveva posto mano il fratello poco prima di morire. Alberto era dunque il candidato migliore per succedere a Mastino e tutta la classe dei mercanti veronesi ( che già dal 1269 lo avevano eletto Podestà perpetuo della Domus Mercatorum) spinsero affinché prendesse il posto del fratello al governo della città. Accadde così che subito dopo le decapitazioni in piazza degli assassini di Mastino, ebbe luogo una rapida votazione in presenza degli anziani, dei gastaldioni, e dei maggiori esponenti della città. Alberto della Scala fu eletto “Capitano e Rettore dei gastaldioni dei Mestieri e di tutto il popolo di Verona”. L’elezione popolare, avvenuta attorno al capitello nella piazza del Mercato (l’antico foro romano9, conferì allo Scaligero i più ampi poteri, quali, ad esempio, l’arbitrio nella gestione della città di Verona, la possibilità di fare o correggere statuti, disporre dei beni comunali, trattare gli affari del Comune. Alberto, in oltre, volle assumere legalmente il controllo totale del potere militare e legislativo, nonché di quello giudiziario ed esecutivo. Il Podestà dovette giurare fedeltà ed obbedienza assolute al Capitano e Rettore di Verona, e come lui tutti gli organi politici della città. Lo Scaligero si fece consigliare bene dai migliori esperti di legge e fece in modo da accentrare nelle proprie mani il potere e il controllo totale. In questo periodo Albero ebbe pure una sua guardia personale composta da mercenari che era a sua completa disposizione. Poco più tardi farà eleggere al grado di capitano delle guardie il figlio primogenito, Bartolomeo della Scala, preparando in tal modo, la via verso la successione dinastica. In definitiva, possiamo affermare che nel 1277 si stabilisce definitivamente la Signoria Scaligera e tramonta il libero Comune di Verona. In apparenza le istituzioni comunali sembravano non essere mutate e i cittadini quasi furono felici di essere diventati d’un tratto sudditi tenuti all’obbedienza. Il popolo, quello di cui si fece sostenitore Mastino I, era ormai rappresentato dai mercanti, ghibellini e antiangioini, che volevano il loro capitano, ossia un Signore assoluto che gestiva il patrimonio della città come fosse suo. Il Capitano tenne per sé i castelli più importanti del territorio come ad esempio quello di Illasi, Soave, Gazzo, Peschiera, Ostiglia, Legnago e Malcesine. Altri castelli furono fortificati ulteriormente come ad esempio il castello di Valeggio, posto in un punto strategico del confine tra Verona e Mantova. I procuratori del Comune curavano l’accrescimento e la difesa dei beni comunali sui quali Alberto esercitava legalmente le ragioni dei propri interessi, i massari amministravano il denaro pubblico, ma non più per il bene del Comune ma anche secondo gli interessi del Capitano e della sua famiglia. Alberto assegnò ad amici e parenti i beni confiscati ai traditori e alle famiglie bandite dalla città, agevolò alcuni istituti religiosi e monasteri a scapito di altri a lui meno fedeli, sistemò persino un suo figlio illegittimo (Giuseppe) come abate di San Zeno, insomma fece in modo di essere il “perno economico” della città. In brevissimo tempo la ricchezza della famiglia scaligera crebbe a dismisura, non solo grazie ai feudi confiscati ai nemici, ma anche all’ingente patrimonio di Verde di Salizzole, la sposa caritatevole di Alberto, e ai lasciti ed eredità di altri componenti della famiglia. Ad esempio Piccardo della Scala, figlio di quel Bocca della Scala che era fratello di Mastino e Alberto e che morì davanti al castello di Villafranca mentre combatteva contro i ribelli Turrisendi e delle Carceri, nel testamento lasciò allo zio Alberto la sua parte del castello di Peschiera oltre a 300 lire veronesi per pagare i suoi debiti economici e morali. I beni immobili degli scaligeri divennero così numerosi che Alberto fu costretto ad assumere dei “fattori” i quali avevano il compito di provvedere alle riscossioni e ai pagamenti dei contratti di locazione dei vari feudi, un gruppo di amministratori di fiducia che curavano tutti gli affari e le transazioni private della famiglia della Scala. Quando Verona divenne una Signoria, Alberto iniziò a comportarsi come un vero principe, offrendo delle feste per onorare ospiti particolari ed impressionarli ostentando palesemente la propria ricchezza. Ne ricordiamo due: la prima per festeggiare la vittoria riportata insieme ai padovani (occasionalmente alleati ai veronesi) sui figli di Obizzo, ossia Azzo VIII e Francesco, i quali alla morte del padre avevano rispedito a Verona la matrigna, Costanza della Scala, la figlia di Alberto. In quel giorno, nel 1294, Alberto armò cavalieri i figli Bartolomeo (già nominato Capitano del Popolo in successione al padre) e Can Francesco (Cangrande) insieme ai nipoti (i figli illegittimi di Mastino) Nicolò e Pietro e a Federico, figlio di Piccardo. La seconda festa fu data per le nozze del figlio Alboino, secondogenito del Capitano e Rettore di Verona, il quale si sposò con la figlia di Matteo Visconti, Caterina, il 28 dicembre del 1298. Lo sfarzo e la magnificenza furono memorabili e lo Scaligero profuse una somma incredibile. Doveva convincere i padovani e i milanesi che il suo status sociale era quello di un principe di nobili origini, degno di rispetto e deferenza.
Alberto I della Scala si prese cura anche dell’aspetto urbanistico della sua città: fece erigere nel 1299 la loggia del mercato delle lane e nel 1301 la casa dei Mercanti sulla piazza maggiore (oggi piazza delle Erbe). Il lanificio era uno degli edifici più importanti dell’economia veronese del tempo e Alberto, discendente di una famiglia di mercanti di lana ben lo sapeva. Verona produceva in un anno circa 20.000 pezze di panni diversi, un valore altissimo per quell’epoca. Inoltre la città scaligera era famosa in Toscana e in Francia per le sue berrette, le calze (di lana), le guarnacce che si producevano proprio nei lanifici veronesi. Molta parte del merito di tale industria andava agli Umiliati, presenti in Verona sin dal 1173, una setta cattolica che aveva il suo convento appena fuori dalle mura della città, sulla riva del fiume (Adigetto) a mezzogiorno, nella zona ghiaiosa detta appunto “la Ghiaia”. Alberto ebbe cura anche degli edifici religiosi. I Domenicani, stabilitisi in Verona nel 1220 sulla collina che degrada nella Valdonega, avevano ottenuto dal vescovo Manfredo la piccola chiesa di Santa Anastasia. Dopo il martirio del loro confratello, Pietro da Verona, i Domenicani si erano proposti di erigere una basilica da intitolare al loro Santo che fu ben presto proclamato comprotettore della città insieme a San Zeno. Nel 1281, il vescovo Bartolomeo della Scala aveva dato loro la concessione e nel 1290 iniziarono i lavori. Albero fu munifico con i Dominicani, i quali apposero il suo stemma sull’arco trionfale della basilica per ringrazialo di tanta generosità. La basilica non assunse, mai il nome del santo a cui fu dedicata, ma conservò quello di Santa Anastasia. Il Capitano e Rettore di Verona intraprese un’opera di “ristrutturazione generale” del sistema difensivo e un miglioramento delle vie di accesso. Tra il 1298 e il 1300 fece accomodare gran parte delle strade della città, assicurò il passaggio sul fiume Adige restaurando l’antico ponte romano detto Ponte Pietra e facendo costruire dei pilastri di pietra per sorreggere il Ponte Nuovo che a quel tempo era tutto in legno. Per difendere Verona dalle piene del fiume rinnovò le opere di protezione (le “rigaste”) della sponda sinistra nella contrada di Santo Stefano e quelle a destra tra borgo San Zeno e le mura comunali. Oltre che dalle piene del fiume la città doveva essere difesa dai nemici esterni, quindi sorsero torri ai capi dei ponti Pietra, Nuovo, Rofiolo, furono riedificate o risistemate le porte urbiche del Morbio e del Vescovo e allungato il perimetro delle mura fortificate cittadine che si estendevano sulla riva sinistra dell’Adige. La politica seguita da Alberto I della Scala fu essenzialmente un proseguimento di quella del fratello Mastino: fece costruire un sistema difensivo che proteggesse Verona dalla minaccia di Ferrara in mano ai guelfi, sfruttando l’amicizia con Mantova, assicurare una posizione stabile a ovest del Lago di Garda attraverso l’alleanza con i Visconti di Milano, consolidare il potere sulla Val Lagarina sostenendo la famiglia dei Castelbarco, ottimi alleati nel territorio dell’alto Garda e del trentino ed in fine strappare definitivamente Vicenza ai padovani in modo da rinsaldare il territorio della Marca Veronese. Per far questo Alberto non si servì solo dell’esercito, ma anche della diplomazia. Come un principe di sangue nobile, certo dell’ereditarietà del proprio titolo, fece in modo di imparentarsi con le casate più importanti del tempo. Ad esempio fece sposare il figlio Alboino con una Visconti oppure il figlio primogenito con Costanza, figlia di Corrado, conte di Antiochia. Alberto, che sentiva su di sé il peso degli anni, fece di tutto per rendere inevitabile la successione del suo titolo ai suoi legittimi figli maschi. Dopo aver nominato Capitano del Popolo il figlio Bartolomeo gli offrì la possibilità di dimostrare il suo valore militare e guadagnarsi la stima della sua città. La prima impresa bellica fu contro il vescovo di Trento e i feudatari del Tirolo che minacciavano Guglielmo di Castelbarco. La famiglia dei Castelbarco era una delle più potenti e ricche del tempo. Di stampo feudale, era legata agli Scaligeri da anni e possedeva vari castelli dislocati in un enorme territorio di cui facevano parte Rovereto, Riva del Garda, Sabbionara. Guglielmo Castelbarco era imparentato con gli Scaligeri e possedeva delle case anche in Verona dove aveva un certo potere politico. La guerra trentina consolidò la fedeltà riconoscente dei castelbarco nei confronti degli Scaligeri e assicurò per un po’ di tempo una protezione a Nord dei territori veronesi. La seconda impresa militare ebbe per obbiettivo Mantova. Infatti Tagino Bonaccolsi congiurava segretamente contro gli Scaligeri alleandosi con i guelfi d’Este e Sambonifacio. Bartolomeo occupò la città e fece eleggere un nuovo Capitano del Popolo, un certo Guido (Botticella) Bonaccolsi, nipote di Tagino, rinforzando l’alleanza con i mantovani. 
• Andrea Castagnetti e Gian Maria Varanini: Il veneto nel medioevo: Dai Comuni cittadini al predominio scaligero nella Marca. Verona, 1991 • Andrea Castagnetti e Gian Maria Varanini: Il Veneto nel medioevo: Le signorie trecentesche. Verona, 1995 • Mario Carrara: Gli Scaligeri, dall’Oglio editore, 1966 • AAVV: Gli Scaligeri 1277-1387, A. Mondadori Editore,Verona 1988 • Carlo Cipolla: La storia politica di Verona, Valdonega edizioni, Verona
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