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21/06/2008
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05/06/2008
Nella sezione Gallery, sono state aggiunte nuove immagini.
 

Curiosità sul XIV secolo

In questa parte del sito vi proporremo alcuni aneddoti sulla storia italiana durante il XIV secolo.

La vendetta dell’Imperatore Arrigo VII


Statua dal naso mozzatoNel cuore di Brescia, all'angolo fra corso Mameli e via delle Cossero, c’è il "Mostasu de le Cossere", un volto di marmo posto su un muro, raffigurante Teodorico, re dei Goti.
Recentemente ripulito e rinnovato, il faccione è caratterizzato da un mento prominente e dall'assenza del naso, tagliato dal colpo netto di una spada.
Questo aspetto si lega ad un fatto storico che ebbe luogo nel 1311 , e sono innumerevoli le tesi a riguardo.
La più accreditata sostiene che Brescia, città guelfa contraria all'Imperatore Arrigo VII, volle resistere nell’estate del 1311 all'assedio di quest'ultimo, cadendo dopo mesi di isolamento. L’Imperatore era furibondo e voleva farla pagar cara ai ribelli. I cittadini bresciani terrorizzati si rinchiusero nelle proprie abitazioni, così che l'Imperatore tagliò il naso al Mostasu, giurando di fare lo stesso a chiunque si fosse opposto al suo vittorioso cammino. Un’altra versione della stessa storia narra che l’Imperatore tedesco, dopo il lungo ed estenuante assedio riuscì ad entrare in Brescia grazie all’azione diplomatica di un ecclesiastico. Non potendo sfogare la propria ira sui bresciani con i quali aveva stipulato un patto garantendo loro magnanimità in cambio della loro resa,  si sfogò sulle statue della città, facendo alle sculture quello che avrebbe fatto ai ribelli se avesse preso la città senza patteggiamenti e quindi ordinò di mozzare il naso a tutte le statue.

 


La Madonna della Scala

Madonna della ScalaNel 1324 giunse a Verona Padre Francesco Patrizio da Siena, il quale era stato inviato dal Generale dell’Ordine dei Serviti per istituire nella città veneta un nuovo convento.
Il suo arrivo in città fu provvidenziale in quanto a quel tempo Cangrande I della Scala era gravemente ammalato e temendo per la propria vita decise di fare un voto alla Madonna. Il Signore della città di Verona chiese a Padre Francesco di erigere un tempio alla Vergine per propiziarsi il suo favore ed ottenere la guarigione. Così sorse il tempio e poco dopo Cangrande recuperò la sua salute. Anni dopo fu dipinta sul muro della chiesa l’immagine della Madonna, un’opera che suscitò l’ammirazione dei veronesi e anche la loro venerazione. Molte persone affette da varie malattie giudicate inguaribili venivano in pellegrinaggio  per pregare davanti all’immagine della Madonna della Scala; gente di ogni ceto sociale, provenienti anche da altri paesi. Si narra che alcuni di questi pellegrini ricevettero la grazia e guarirono miracolosamente.  I Principi Scaligeri erano devoti alla Madonna della Scala e ricorrevano al suo ausilio prima di ogni battaglia. Pregavano la Vergine affinché li proteggesse in guerra e concedesse loro la vittoria. Quando tornavano vittoriosi da una battaglia era loro usanza deporre i vessilli e gli stendardi dei nemici accanto all’immagine della Madonna. Col tempo la chiesa e il convento, sorti sui terreni donati da Cangrande, si arricchirono sempre più e la “Madonna dei miracoli” assunse il titolo di Santa Maria della Scala. Il culto alla Vergine crebbe e con esso anche il numero dei confratelli (forse addirittura sedicimila frati)  i quali si occupavano di alleviare le sofferenze dei poveri e assistere i malati.

Tratto dal libro di Ugo Zannoni e Giacomo Muraro, Santuari e leggende veronesi, Ghidini e Fiorini editore - Verona 1962


Giulietta e Romeo nella Verona scaligera
di Fabio Carlo Sansoni

GiuliettaTwo households both alike in dignity
(in fair Verona, where we lay our scene)
From ancient grudge break to new mutiny,
Where civil blood makes civil hands unclean…

Tratto dal Prologue (prologo)  dell’opera “The most excellent and lamentable tragedy of Romeo and Juliet”, di William Shakespeare.

Giulietta e Romeo è forse una delle più celebri opere di Shakespeare, potremmo dire la tragedia d’amore più conosciuta dal grande pubblico mondiale.
Da recenti studi emerge che Romeo and Juliet fu scritta probabilmente tra il 1594 e il 1596 (nello stesso periodo della stesura del Riccardo II) e narra la sfortunata storia di due giovani amanti veronesi i quali muoiono vittime della funesta inimicizia che divide due delle più potenti famiglie veronesi.
La tragica  storia d’amore dei due sfortunati giovinetti veronesi ha ispirato per secoli innumerevoli produzioni letterarie, cinematografiche e musicali, ed è divenuta un po’ l’archetipo dell’amore ideale osteggiato dalla cattiva sorte e dai rancori sociali.

Abbiamo preso in esame quest’opera poiché è certamente ambientata nella città di Verona (come si evince dal Prologo) ed è tradizionalmente collocabile in un periodo che coincide con l’inizio del 1300, durante la signoria di Bartolomeo della Scala.
A quel tempo Verona, dominata dalla famiglia della Scala, era lacerata da continue lotte intestine tra famiglie veronesi, basti pensare all’assassinio di Mastino I della Scala, ucciso a tradimento insieme all’amico Antonio Nogarola ed a tutte le rivolte cittadine fomentate dai Sambonifacio, dai Montecchi, dagli Scaramella e in generale dalle fazioni opposte di guelfi e ghibellini.
Per il Capitano del Popolo, che altri non era che il Signore di Verona, non era assolutamente facile mantenere l’ordine in città e spesso doveva ricorrere a misure drastiche per sedare le rivolte.

A questo punto molti potrebbero domandare se la storia di Giulietta e Romeo sia una storia vera o semplice frutto del genio di William Shakespeare.
In effetti il tema dei due sfortunati amanti non era nuovo al tempo dello scrittore di Stradford On Avon . Non abbiamo documenti certi che attestano la presenza di Willam Shakespeare a Verona (dove magari avrebbe potuto leggere o sentire la storia dei due giovani amanti) quindi si presuppone che lo scrittore inglese abbia tratto spunto da altre fonti.
Una delle tante fonti letterarie potrebbe essere un poema di Arthur Brooke, ma forse ben più antiche sono le origini di questa storia, ad esempio il romazo greco scritto da Senofonte da Efeso nel V secolo d.C intitolato Ephesiaca o forse addirittura le figure di Piramo e Tisbe descritte da Ovidio. Anche se non siamo certi se Shakespeare conoscesse la storia di Ganozza e Mariotto  e cioè il Novellino scritto da Masuccio Salernitano attorno al 1476 è importante citarlo come una delle opere che trattarono il tema dei due sfortunati amanti. Dobbiamo citare anche la Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti con la lor pietosa morte intervenuta al tempo di Bartolomeo della Scala del condottiero vicentino Luigi da Porto composta nel 1524. Importante poiché in quest’opera i nomi delle famiglie sono suggeriti per la prima volta  e viene fissata la collocazione spazio-temporale della storia. Luigi da Porto prende dei celebri versi di Dante Alighieri in cui il poeta fa menzione delle famiglie Montecchi e Cappelletti (Purgatorio, VI 106) e ambienta la tragedia tra Verona e Mantova durante un rigido inverno dell’inizio del XIV secolo. Dopo la Istoria novellamente ritrovata il tema fu ripreso dal francese Adrian Sevin con Harlquadrich et Burglipha del 1542 e poi da Luigi Groto con Hadriana del 1578 ed ancora da Gerado Boldiero in un poemetto. In fine la storia dei due amanti venne ripresa da Matteo Bandello che accolse alcune innovazioni di Luigi da Porto, ma accentuò la componente emotiva.
Con molta probabilità fu la Tragical Histoyre of Romeus and Juliet di Arthur Brooke, un lungo poemetto pubblicato nel 1562, la fonte letteraria da cui attinse direttamente Shakespeare il quale rielaborò con arte tutto il materiale letterario e le cronache medievali italiane che aveva a disposizione e appose delle felicissime invenzioni, come la figura di Mercuzio e quella della balia.
Da allora il tema dei giovani amanti, di Giulietta e Romeo, venne rielaborato da decine di altri scrittori, per secoli fu rimaneggiato e riadattato per sopperire alle necessità dei nuovi gusti teatrali, ma non raggiunse mai la bellezza dell’opera di William Shakespeare.


La Marangona

Torre del Lamberti 

Due grosse campane diffondono i loro potenti rintocchi nel cielo scaligero dall’alto della Torre dei Lamberti che si erge nel cuore della Verona medioevale.
Queste campane hanno un nome: la Marangona e il Rengo.
Gli antichi statuti veronesi stabilivano che “ogni giorno di buon mattino debbiasi per una volta, bene e lungamente, suonare la campana Marangona. A quel suono tutti i maestri e gli operai di qualunque arte e con qualunque titolo nomati sieno obbligati e debbano esser ai loro lavorieri e di là non partirsi se prima non sarà suonata la campana del tramonto del sole…”
La funzione della Marangona era dunque quella di scandire il segnale di inizio e di fine della giornata lavorativa per tutti gli artigiani veronesi. Il Rengo, invece – abbreviazione del termine Arengo – serviva per convocare le adunate del popolo.
La campana detta Marangona si pensa sia stata costruita verso la fine del XIII secolo e più precisamente nel 1294, mentre il Rengo risale al febbraio del 1394.
Alla Marangona è legata una leggenda che fa riferimento ad un fregio di pietra che adorna la Scala della Ragione nel cortile del Mercato Vecchio. A metà dell’arco che sostiene l’ultimo pianerottolo della scala si può scorgere una figura di donna scolpita nell’atto di cadere a terra colpita al capo da una grossa pietra. Il masso pare scagliato dall’alto da un genio maligno. Si pensa sia stata scolpita in ricordo di un drammatico avvenimento che coinvolse Lucia dei conti Nichelosa , moglie del conte Ludovico da Bevilacqua-Lazise. Pare che la contessa fosse gelosa del marito e pensava che la causa del tradimento del coniuge fosse la moglie di un falegname (marangon in veronese). Folle di gelosia decise di vendicarsi della rivale così, durante una processione religiosa, attese che la “marangona” passasse sotto la sua finestra e le scagliò addosso una grossa pietra colpendola alla  testa ed uccidendola sul colpo. La giustizia condannò la contessa e la obbligò a pagare la costruzione di una nuova campana pubblica che venne poi chiamata Marangona in ricordo della poveretta uccisa. Ovviamente è una leggenda in quanto gli avvenimenti riportati dovrebbero risalire al 1452 ossia più di 150 anni dopo la presunta costruzione della campana.

Tratto dal libro di Ugo Zannoni e Giacomo Muraro, Santuari e leggende veronesi, Ghidini e Fiorini editore - Verona 1962

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Alighieri – un cognome veronese?

Quando diciamo Alighieri subito pensiamo al più illustre personaggio che portò questo cognome, il poeta Dante Alighieri. Dante lasciò a Verona non solo la memoria della sua presenza ma anche la sua discendenza. Il figlio Pietro abitò a Verona e la famiglia Alighieri sua discendente soggiornò nei pressi di Sottoriva fino al Quattrocento, dopodichè si trasferì nel quartiere di San Fermo.
A metà del XVI secolo Ginevra Alighieri, ultima discendente diretta di Dante, sposò il conte Marcantonio Serego. Da questo matrimonio nacque Pieralvise, che unì al cognome paterno anche quello materno dando origine alla casata dei Serego Alighieri tuttora esistente.
A proposito di cognomi, ricordiamo che Dante stesso, nel cato XV del Paradiso, ci informa, per bocca del trisavolo Cacciaguida, della derivazione del cognome Alighieri:

“…quel da cui si dicembre
tua cognizione e che cent’anni e piue
girato ha il monte in la prima cornice,
mio figlio fu e tuo bisavol fue…
…Mia donna venne a me di Val di Pado
e quindi il soprannome tuo si feo”

In definitiva il cognome di Dante deriva dalla moglie del suo antenato Cacciaguida, una donna che proveniva dalla pianura padana, da una famiglia di nome Alighieri, per questo motivo Cacciaguida chiamò uno dei suoi figliuoli Alighiero, il bisavolo di Dante da cui poi prese il nome il poeta.
Da dove venisse esattamente la moglie di Cacciaguida non lo sappiamo, ma sarebbe bello pensare che potesse essere una veronese e che Dante quando si fermò alla corte degli Scaligeri, si sentisse un po’ come “a casa sua”.

Tratto da “Dizionario illustrato dei cognomi veronesi”, vol I, a cura di Giulio Galetto.

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