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30/12/2010

Anno Domini 1311-2011. il 23 ottobre Cangrade I della Scala rivive a Verona.

30/12/2010

domenica 10 aprile 2011: passeggiata scaligera in centro a Verona

 

Curiosità sul XIV secolo

In questa parte del sito vi proporremo alcuni aneddoti sulla storia italiana durante il XIV secolo.

La vendetta dell’Imperatore Arrigo VII


Statua dal naso mozzatoNel cuore di Brescia, all'angolo fra corso Mameli e via delle Cossero, c’è il "Mostasu de le Cossere", un volto di marmo posto su un muro, raffigurante Teodorico, re dei Goti.
Recentemente ripulito e rinnovato, il faccione è caratterizzato da un mento prominente e dall'assenza del naso, tagliato dal colpo netto di una spada.
Questo aspetto si lega ad un fatto storico che ebbe luogo nel 1311 , e sono innumerevoli le tesi a riguardo.
La più accreditata sostiene che Brescia, città guelfa contraria all'Imperatore Arrigo VII, volle resistere nell’estate del 1311 all'assedio di quest'ultimo, cadendo dopo mesi di isolamento. L’Imperatore era furibondo e voleva farla pagar cara ai ribelli. I cittadini bresciani terrorizzati si rinchiusero nelle proprie abitazioni, così che l'Imperatore tagliò il naso al Mostasu, giurando di fare lo stesso a chiunque si fosse opposto al suo vittorioso cammino. Un’altra versione della stessa storia narra che l’Imperatore tedesco, dopo il lungo ed estenuante assedio riuscì ad entrare in Brescia grazie all’azione diplomatica di un ecclesiastico. Non potendo sfogare la propria ira sui bresciani con i quali aveva stipulato un patto garantendo loro magnanimità in cambio della loro resa,  si sfogò sulle statue della città, facendo alle sculture quello che avrebbe fatto ai ribelli se avesse preso la città senza patteggiamenti e quindi ordinò di mozzare il naso a tutte le statue.

 


La Madonna della Scala

Madonna della ScalaNel 1324 giunse a Verona Padre Francesco Patrizio da Siena, il quale era stato inviato dal Generale dell’Ordine dei Serviti per istituire nella città veneta un nuovo convento.
Il suo arrivo in città fu provvidenziale in quanto a quel tempo Cangrande I della Scala era gravemente ammalato e temendo per la propria vita decise di fare un voto alla Madonna. Il Signore della città di Verona chiese a Padre Francesco di erigere un tempio alla Vergine per propiziarsi il suo favore ed ottenere la guarigione. Così sorse il tempio e poco dopo Cangrande recuperò la sua salute. Anni dopo fu dipinta sul muro della chiesa l’immagine della Madonna, un’opera che suscitò l’ammirazione dei veronesi e anche la loro venerazione. Molte persone affette da varie malattie giudicate inguaribili venivano in pellegrinaggio  per pregare davanti all’immagine della Madonna della Scala; gente di ogni ceto sociale, provenienti anche da altri paesi. Si narra che alcuni di questi pellegrini ricevettero la grazia e guarirono miracolosamente.  I Principi Scaligeri erano devoti alla Madonna della Scala e ricorrevano al suo ausilio prima di ogni battaglia. Pregavano la Vergine affinché li proteggesse in guerra e concedesse loro la vittoria. Quando tornavano vittoriosi da una battaglia era loro usanza deporre i vessilli e gli stendardi dei nemici accanto all’immagine della Madonna. Col tempo la chiesa e il convento, sorti sui terreni donati da Cangrande, si arricchirono sempre più e la “Madonna dei miracoli” assunse il titolo di Santa Maria della Scala. Il culto alla Vergine crebbe e con esso anche il numero dei confratelli (forse addirittura sedicimila frati)  i quali si occupavano di alleviare le sofferenze dei poveri e assistere i malati.

Tratto dal libro di Ugo Zannoni e Giacomo Muraro, Santuari e leggende veronesi, Ghidini e Fiorini editore - Verona 1962


Giulietta e Romeo nella Verona scaligera
di Fabio Carlo Sansoni

GiuliettaTwo households both alike in dignity
(in fair Verona, where we lay our scene)
From ancient grudge break to new mutiny,
Where civil blood makes civil hands unclean…

Tratto dal Prologue (prologo)  dell’opera “The most excellent and lamentable tragedy of Romeo and Juliet”, di William Shakespeare.

Giulietta e Romeo è forse una delle più celebri opere di Shakespeare, potremmo dire la tragedia d’amore più conosciuta dal grande pubblico mondiale.
Da recenti studi emerge che Romeo and Juliet fu scritta probabilmente tra il 1594 e il 1596 (nello stesso periodo della stesura del Riccardo II) e narra la sfortunata storia di due giovani amanti veronesi i quali muoiono vittime della funesta inimicizia che divide due delle più potenti famiglie veronesi.
La tragica  storia d’amore dei due sfortunati giovinetti veronesi ha ispirato per secoli innumerevoli produzioni letterarie, cinematografiche e musicali, ed è divenuta un po’ l’archetipo dell’amore ideale osteggiato dalla cattiva sorte e dai rancori sociali.

Abbiamo preso in esame quest’opera poiché è certamente ambientata nella città di Verona (come si evince dal Prologo) ed è tradizionalmente collocabile in un periodo che coincide con l’inizio del 1300, durante la signoria di Bartolomeo della Scala.
A quel tempo Verona, dominata dalla famiglia della Scala, era lacerata da continue lotte intestine tra famiglie veronesi, basti pensare all’assassinio di Mastino I della Scala, ucciso a tradimento insieme all’amico Antonio Nogarola ed a tutte le rivolte cittadine fomentate dai Sambonifacio, dai Montecchi, dagli Scaramella e in generale dalle fazioni opposte di guelfi e ghibellini.
Per il Capitano del Popolo, che altri non era che il Signore di Verona, non era assolutamente facile mantenere l’ordine in città e spesso doveva ricorrere a misure drastiche per sedare le rivolte.

A questo punto molti potrebbero domandare se la storia di Giulietta e Romeo sia una storia vera o semplice frutto del genio di William Shakespeare.
In effetti il tema dei due sfortunati amanti non era nuovo al tempo dello scrittore di Stradford On Avon . Non abbiamo documenti certi che attestano la presenza di Willam Shakespeare a Verona (dove magari avrebbe potuto leggere o sentire la storia dei due giovani amanti) quindi si presuppone che lo scrittore inglese abbia tratto spunto da altre fonti.
Una delle tante fonti letterarie potrebbe essere un poema di Arthur Brooke, ma forse ben più antiche sono le origini di questa storia, ad esempio il romazo greco scritto da Senofonte da Efeso nel V secolo d.C intitolato Ephesiaca o forse addirittura le figure di Piramo e Tisbe descritte da Ovidio. Anche se non siamo certi se Shakespeare conoscesse la storia di Ganozza e Mariotto  e cioè il Novellino scritto da Masuccio Salernitano attorno al 1476 è importante citarlo come una delle opere che trattarono il tema dei due sfortunati amanti. Dobbiamo citare anche la Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti con la lor pietosa morte intervenuta al tempo di Bartolomeo della Scala del condottiero vicentino Luigi da Porto composta nel 1524. Importante poiché in quest’opera i nomi delle famiglie sono suggeriti per la prima volta  e viene fissata la collocazione spazio-temporale della storia. Luigi da Porto prende dei celebri versi di Dante Alighieri in cui il poeta fa menzione delle famiglie Montecchi e Cappelletti (Purgatorio, VI 106) e ambienta la tragedia tra Verona e Mantova durante un rigido inverno dell’inizio del XIV secolo. Dopo la Istoria novellamente ritrovata il tema fu ripreso dal francese Adrian Sevin con Harlquadrich et Burglipha del 1542 e poi da Luigi Groto con Hadriana del 1578 ed ancora da Gerado Boldiero in un poemetto. In fine la storia dei due amanti venne ripresa da Matteo Bandello che accolse alcune innovazioni di Luigi da Porto, ma accentuò la componente emotiva.
Con molta probabilità fu la Tragical Histoyre of Romeus and Juliet di Arthur Brooke, un lungo poemetto pubblicato nel 1562, la fonte letteraria da cui attinse direttamente Shakespeare il quale rielaborò con arte tutto il materiale letterario e le cronache medievali italiane che aveva a disposizione e appose delle felicissime invenzioni, come la figura di Mercuzio e quella della balia.
Da allora il tema dei giovani amanti, di Giulietta e Romeo, venne rielaborato da decine di altri scrittori, per secoli fu rimaneggiato e riadattato per sopperire alle necessità dei nuovi gusti teatrali, ma non raggiunse mai la bellezza dell’opera di William Shakespeare.


La Marangona

Torre del Lamberti 

Due grosse campane diffondono i loro potenti rintocchi nel cielo scaligero dall’alto della Torre dei Lamberti che si erge nel cuore della Verona medioevale.
Queste campane hanno un nome: la Marangona e il Rengo.
Gli antichi statuti veronesi stabilivano che “ogni giorno di buon mattino debbiasi per una volta, bene e lungamente, suonare la campana Marangona. A quel suono tutti i maestri e gli operai di qualunque arte e con qualunque titolo nomati sieno obbligati e debbano esser ai loro lavorieri e di là non partirsi se prima non sarà suonata la campana del tramonto del sole…”
La funzione della Marangona era dunque quella di scandire il segnale di inizio e di fine della giornata lavorativa per tutti gli artigiani veronesi. Il Rengo, invece – abbreviazione del termine Arengo – serviva per convocare le adunate del popolo.
La campana detta Marangona si pensa sia stata costruita verso la fine del XIII secolo e più precisamente nel 1294, mentre il Rengo risale al febbraio del 1394.
Alla Marangona è legata una leggenda che fa riferimento ad un fregio di pietra che adorna la Scala della Ragione nel cortile del Mercato Vecchio. A metà dell’arco che sostiene l’ultimo pianerottolo della scala si può scorgere una figura di donna scolpita nell’atto di cadere a terra colpita al capo da una grossa pietra. Il masso pare scagliato dall’alto da un genio maligno. Si pensa sia stata scolpita in ricordo di un drammatico avvenimento che coinvolse Lucia dei conti Nichelosa , moglie del conte Ludovico da Bevilacqua-Lazise. Pare che la contessa fosse gelosa del marito e pensava che la causa del tradimento del coniuge fosse la moglie di un falegname (marangon in veronese). Folle di gelosia decise di vendicarsi della rivale così, durante una processione religiosa, attese che la “marangona” passasse sotto la sua finestra e le scagliò addosso una grossa pietra colpendola alla  testa ed uccidendola sul colpo. La giustizia condannò la contessa e la obbligò a pagare la costruzione di una nuova campana pubblica che venne poi chiamata Marangona in ricordo della poveretta uccisa. Ovviamente è una leggenda in quanto gli avvenimenti riportati dovrebbero risalire al 1452 ossia più di 150 anni dopo la presunta costruzione della campana.

Tratto dal libro di Ugo Zannoni e Giacomo Muraro, Santuari e leggende veronesi, Ghidini e Fiorini editore - Verona 1962

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Alighieri – un cognome veronese?

Cangrande e Dante in una formella moderna.Quando diciamo Alighieri subito pensiamo al più illustre personaggio che portò questo cognome, il poeta Dante Alighieri. Dante lasciò a Verona non solo la memoria della sua presenza ma anche la sua discendenza. Il figlio Pietro abitò a Verona e la famiglia Alighieri sua discendente soggiornò nei pressi di Sottoriva fino al Quattrocento, dopodichè si trasferì nel quartiere di San Fermo.
A metà del XVI secolo Ginevra Alighieri, ultima discendente diretta di Dante, sposò il conte Marcantonio Serego. Da questo matrimonio nacque Pieralvise, che unì al cognome paterno anche quello materno dando origine alla casata dei Serego Alighieri tuttora esistente.
A proposito di cognomi, ricordiamo che Dante stesso, nel cato XV del Paradiso, ci informa, per bocca del trisavolo Cacciaguida, della derivazione del cognome Alighieri:

“…quel da cui si dicembre
tua cognizione e che cent’anni e piue
girato ha il monte in la prima cornice,
mio figlio fu e tuo bisavol fue…
…Mia donna venne a me di Val di Pado
e quindi il soprannome tuo si feo”

In definitiva il cognome di Dante deriva dalla moglie del suo antenato Cacciaguida, una donna che proveniva dalla pianura padana, da una famiglia di nome Alighieri, per questo motivo Cacciaguida chiamò uno dei suoi figliuoli Alighiero, il bisavolo di Dante da cui poi prese il nome il poeta.
Da dove venisse esattamente la moglie di Cacciaguida non lo sappiamo, ma sarebbe bello pensare che potesse essere una veronese e che Dante quando si fermò alla corte degli Scaligeri, si sentisse un po’ come “a casa sua”.

Tratto da “Dizionario illustrato dei cognomi veronesi”, vol I, a cura di Giulio Galetto.

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Il fantasma del castello di Valeggio sul Mincio (Patrizia S.)

La spada nascostaTramandata dalla tradizione orale locale, raccontata sottovoce nei filò delle lunghe notti invernali, questa storia di sangue e mistero ha superato un lungo ponte di anni per giungere fino a noi.
Per secoli, quando le notti erano più silenziose e buie, quando solo la luce della luna inargentava le torri merlate del Castello, nessun valeggiano osava avvicinarsi al maniero, perchè tutti sapevano che qualcuno o qualcosa si aggirava lassù!
Molti, tra coloro che abitavano nelle case a ridosso del colle, dove sorgeva l'imponente fortificazione, giuravano di averlo visto:uno spettro che vagava gelido e silenzioso, imperioso e temibile nelle notti di luna piena..
Qualcuno bisbigliava che tutto risalisse ad una tragica storia, molto vecchia d'armi, potere e tradimenti, avvenuta ai tempi degli Scaligeri, signori di Verona, quando, dopo che venne avvelenato per mano sconosciuta ,l'ultimo dei discendenti di questa potente dinastia, Guglielmo prese il controllo della città,se pur per breve tempo, Giacomo da Carrara, già signore di Padova.
Questi tentò in ogni modo e con qualsiasi mezzo di tenere il potere  e contrastare la crescente potenza di Venezia, che minacciosamente avanzava nella pianura veneta.
All'inizio di Gennaio 1405, una delazione segreta, informòil Carrese che il Castellano di Valeggi, messer Andriolo da Parma,stava trattando con i veneziani la resa e la consegna del Castello, capisaldo fortificato dall'imponente linea difensiva del Serraglio.
La reazione del Carrarese fu immediata e violenta.
L'8 gennaio, un drappello di armigeri raggiunse il Castello di Valeggio e arrestò messer Andriolo, con l'infamante accusa di alto tradimento.
Esautorato di tutti i suoi poteri, spezzata la spada, simbolo della sua autorità, il povero Andriolo fu legato e su di un carro trasportato a Verona, dove nel Campo di Marte, incatenato ad un palo, con un colpo di spada venne barbaramente squartato.
La sanguinaria esecuzione di Andriolo da Parma, non garantì comunque la sopravvivenza politica di  Giacomo da Carrara, che , nel Luglio successivo fu costretto ad una fuga  repentina dei veronesi insorti, che consegnarono spontaneamente la città nelle mani delle autorità veneziane.
Non sappiamo dove fu sepolto Andriolo: forse il suo corpo venne gettato nelle acque gelide dell'Adige che scorreva nei pressi del Campo di Marte, o forse seppellito anonimamente in qualche fossa.
Da quel tragico giorno pare però che il suo spirito tormentato, tornato tra le mura del Castello, in ogni notte di plenilunio vaghi tra le torri alla ricerca della sua spada, spezzata e sepolta in un luogo segreto dagli sgherri del Carrarese.
Andriolo cerca il suo onore perduto, senza il quale non può riposare in pace.


 IUS PRIMAE NOCTIS  di Fabio S. in collaborazione con Giorgio G.

   ius_primae_noctis                                                                 Fino a poco tempo fa, ogni volta che sentivo nominare lo Ius primae noctis, mi veniva uno strano senso di disgusto e ribrezzo verso certe barbare usanze medioevali. La sola parola faceva affiorare  nella mia mente due ricordi:
il primo era una scena del celeberrimo colossal holliwoodiano intitolato Braveheart interpretato da un fantastico Mel Gibson e il secondo una gita scolastica di tanto tempo fa al castello di Sabbionara di Avio durante la quale visitammo il mastio con le sue stanze affrescate.
Nel primo ricordo, quello cinematografico, si tratta di una scena abbastanza cruda nella quale un nobilotto inglese, della corte di Edoardo I Plantageneto, dopo aver preso possesso di un feudo in Scozia vanta dei diritti su una giovane donna scozzese, esigendo favori sessuali  il giorno stesso del suo matrimonio. Una scena straziante che scatenò nel mio giovane cuore di spettatore uno sdegno incredibile.
Nel secondo caso, si tratta di un particolare racconto che ci fece la guida del castello. Ricordo che mi colpì moltissimo la stanza più alta della torre del mastio, denominata Camera dell’amore,  tutta affrescata con scene d’amor cortese, scene di caccia e altre immagini sacre, non per la sua bellezza artistica, ma per quello che immaginavo potesse esservi accaduto. Ci raccontarono che in quella stanza dormiva il signore del castello il quale poteva a suo piacimento esigere lo Ius primae noctis e cioè il diritto di deflorare qualsiasi novella sposa vivesse nel suo feudo la prima notte di nozze.
Ebbene, credo che sia il caso di cancellare la tetra visione di un Medioevo fatto di nobili prepotenti e pervertiti e di chiarire per tutti coloro che avevano come me le idee un po’ confuse, quale sia il reale significato del termine Ius primae noctis.
Lo Ius primae noctis (dal latino, diritto della prima notte) è il diritto di un signore feudale di trascorrere, in occasione del matrimonio di un proprio servo della gleba, la prima notte di nozze con la sposa. È talvolta indicato impropriamente con l'espressione francese Droit du seigneur, (letteralmente diritto del signore), che faceva in realtà riferimento ad una ampia gamma di diritti riconducibili al signore feudatario, inclusa la caccia, le tasse e l'agricoltura.
La cosa però che mi ha sorpreso è che nella realtà dei fatti non è mai esistita una legge simile, ossia lo Ius primae noctis è più simile ad una invenzione letteraria nata nei secoli di passaggio tra il Medioevo e la cosiddetta Età Moderna. Storici e antropologi hanno studiato con attenzione la legislazione dei regni Romano-Longobardi e non hanno trovato niente che assomigli allo Ius primae noctis. Lo stesso vale per la legislazione Carolingia e quelle dei regni successivi.
Questo ha portato la maggior parte degli storici contemporanei a ritenere lo Ius primae noctis come un “mito moderno” relativo all'epoca medievale.

Avio_Castello_camera_amorePer esempio, esso venne impiegato in maniera strumentale dagli illuministi nella loro polemica contro i privilegi della nobiltà.
Bisogna dire che furono per primi i giuristi della fine del Medioevo a fantasticare un simile diritto, una legge lontana persino ai loro tempi, qualcosa di antico quasi mitico. Probabilmente essi vennero tratti in inganno dall’esistenza di alcuni tributi che venivano pagati nei secoli XII-XIV dai villani ai signori al momento del matrimonio e scambiarono questo pagamento come un “riscatto” per la sposa. Si trattava del maritagium o forismaritagium, tassa che il padre della sposa doveva corrispondere al signore per ottenere il permesso di darle una dote. All’epoca poteva essere una delle varie concessioni signorili, una specie di tassa sulla dote (che spesso prevedeva uno scambio di terreni, bestiame o case tra la famiglia della sposa e quella dello sposo) e non sulla persona.
Ma non fu solo un malinteso giuridico a creare il mito dello Ius primae noctis . Si ritiene che l'origine di questa credenza risalga al XVI secolo. Il filosofo scozzese Hector Boece o Boethius (autore di una Storia della Scozia), riporta il decreto del re scozzese Evenio III secondo cui "il signore delle terre può disporre della verginità di tutte le ragazze che vi abitano"; la leggenda vuole che Santa Margherita di Scozia fece rimpiazzare lo ius primae noctis con una tassa di matrimonio chiamata merchet. Tuttavia Evenio III non è mai esistito e tutto il racconto di Hector Boece attinge largamente dal mito..
Nel momento in cui lo prese ad essere citato per iscritto su libri di storia (o presunti tali), il mito attecchì e la storia a tinte fosche e piccanti di un tiranno che esigeva favori sessuali da giovani fanciulle ancora vergini si diffuse ampiamente diventando uno stereotipo (o meglio un luogo comune totalmente errato) del Medioevo.
In Italia, ad esempio, esistono numerosi paesi in cui, secondo la leggenda, nel Medioevo era in vigore lo Ius primae noctis. Tra questi vi sono Roccascalegna, Fiuggi, Onzo e Montalto Ligure, il piccolo borgo della Valle Argentina, nell'Imperiese, che la leggenda vuole sia stato il rifugio di due giovani sposi in fuga dallo ius che il conte Oberto di Ventimiglia pretendeva di esercitare in tutta la zona. Raggiunti da molti amici, costituirono il primo vero nucleo abitato di Montalto (dal latino Mons Autus) .

 http://it.wikipedia.org/wiki/Ius_primae_noctis

 A.Boureau, Le Droit de cuissage, la fabrication d'un muthe (XIII-XIX siècle)

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IL DOLCE DI NATALE SCALIGERO: IL NADALIN
(di Patrizia Simone)

"Son tuto un simbolo de Nadal. La stela che nase quasi par miracolo taiando na bala de pasta con quatro sfrisi, el marzapan fato con i pinoi che vien fora dale pigne dela tradizion de Nadal, el zucaro e l’anese stelà che vien doparà par far el liquor. Son frolo e son più bon se i me pocia o i fa la zupa con el vin dolzo o ne la ciocolata.."


nadalinMolti pensano che il dolce tipico natalizio veronese sia il pandoro, ma probabilmente pochi sanno che quest’ultimo è nato sul finire dell’800 e non è altro che l’erede del vero dolce scaligero, il "Nadalin”.
La sua creazione ha un’origine molto antica, risale infatti al 1260, quando “I Della Scala” signori di Verona, nel primo Natale seguente al loro insediamento, incaricarono un pasticcere locale di creare un dolce, che potesse diventare il simbolo della città.
Il successo fu grandioso e subito Il Nadalin divenne il dolce cittadino per eccellenza e soprattutto per quanto concerne il periodo di Natale.
Per secoli fino ai giorni nostri è considerato il dolce natalizio più semplice e alla portata di tutti. Il Nadalin è fatto con ingredienti genuini e semplici: burro, zucchero, uova, lievito di birra, succo di limone, sale, vanillina e vino passito. La sua particolarità sta nella lenta e accurata preparazione: ci vogliono ore per impastarlo bene e soprattutto ci vuole parecchio tempo perché lieviti nel modo corretto.

 

Il suo aspetto di stella soffice e compatta a cinque punte lo collega a numerose leggende, che accostano la sua fama sia alla cometa dei Re Magi che al sole a raggi, nonché simbolo di energia nei riti pagani.

http://www.cookaround.com/yabbse1/showthread.php?t=60279&page=1

http://www.nadalin-de-verona.it/

http://www.verona.net/it/storia/nadalin_de_verona.html

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L'ARCO DELLA COSTA a Verona

a cura di Fabio S.

arco della costa Verona L'Arco della Costa deve il suo nome a una costola di balena o forse di ittiosauro che da secoli vi pende sotto. Non si sa bene perché vi sia stata appesa e, nonostante le varie teorie e interpretazioni, rimane un mistero.La costa di Piazza delle Erbe è nella sua posizione almeno dal XVII secolo. Vi è infatti una raffigurazione di una veduta di Piazza Erbe in cui già compare la costola sotto il suo arco. Ma potrebbe essere stata posta lì anche molto tempo prima.
Secondo alcuni si tratta di una sorta di reliquia portata dalla terra santa da crociati di Verona e appesa sotto un arco di Piazza delle Erbe a mo' di ex voto.                                                                                         Secondo altri potrebbe essere una primitiva pubblicità per l'antichissima farmacia che ancora adesso vi sta sotto, infatti si dice che la polvere ricavata dall'osso grattuggiato avesse qualità medicinali.                         Altri ancora ritengono possa trattarsi di un fossile, forse trovato sui monti attorno a Verona e, creduto un osso di qualche misterioso mostro, messo nel centro di Verona quasi a protezione scaramantica della città.              Personalmente mi sono fatto un'idea sulla provenienza di quest'osso gigantesco. Si narra che alcuni prodi veronesi parteciparono alla battaglia di Lepanto contro i turchi nel 1571. Si dice che questi portarono a Verona qualche "souvenir" di quella gloriosa battaglia vinta dai cristiani... chissà magari proprio quell'osso di balena.    Vi sono altri due ossi simili nel Duomo di Verona e in una cappella laterale della chie


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