Cangrande della Scala, secondo di questo nome, nacque da Mastino II Signore di Verona e Vicenza e da Taddea da Carrara. Vi sono alcuni dubbi sulla esatta data di nascita dello scaligero; secondo l’autore del Chronicon Veronese, pare sia nato il 7 giugno 1332, proprio il giorno in cui la città di Brescia cadeva nelle mani di suo padre. Conosciamo ben poco dell’infanzia di Cangrande II se non di un avvenimento accaduto durante la guerra scaligero-veneta attorno al 1336-1339 quando si narra che il giovane figlioletto di Mastino fosse tenuto in ostaggio nella fortezza di Peschiera del Garda dal nunzio imperiale (forse dicembre 1337). Nello stesso periodo Cangrande venne creato cavaliere. Poco dopo il padre si rifiutò di lasciarlo nuovamente nelle mani del governo veneziano in luogo di Alberto II della Scala, zio del ragazzo e coreggente di Verona. Pare evidente che sin da bambino Cangrande II dovette abituarsi rapidamente al mondo militare e all’uso delle armi, tanto che già a 16 anni compare al fianco dello zio Alberto in alcuni episodi bellici. Nel 1350 furono avviate le trattative per il suo matrimonio con una figlia di Ludovico il Bavaro (sorella di Ludovico V e Ludovico Vi di Wittelsbach , duchi di Baviera e margravi di Brandeburgo, imparentati con i Maultasch, conti del Tirolo e signori di Trento). La scelta cadde sulla giovane Elisabetta di Wittelsbach che Cangrande II sposò nel novembre del 1351. Essere così strettamente imparentati ad una delle più nobili famiglie d’Europa, quale la famiglia Wittelsbach fu di grande importanza per le relazioni diplomatiche della famiglia Della Scala. Anche le abitudini e il comportamento del giovane Cangrande II furono influenzate da un tale peso politico. I frequenti tornei, le giostre ed i sontuosi banchetti organizzati dai marchesi di Brandeburgo erano parte integrante del mondo elitario ed aristocratico dello scaligero. Nel giugno del 1351, Mastino II morì e suo fratello Alberto rimase unico “dominus generalis” di Vicenza e Verona. Come di consuetudine nella famiglia scaligera, lo zio lasciò ai figli di Mastino II (Cangrande II, Cansignorio e Paolo Alboino) l’arbitrium, ossia modo che permettesse la fase di transizione del potere signorile. Nonostante l’arbitrium fosse stato assegnato equamente ai tre figli di Mastino II, in realtà fu il solo Cangrande II ad esercitare il potere dopo la scomparsa di Alberto II della Scala, avvenuta nel 1352. I correggenti Cansignorio e Paolo Alboino erano ancora fanciulli e non vi erano nella famiglia scaligera altri personaggi che potessero contendere il potere assoluto di Cangrande II, a parte forse i figli illegittimi di Mastino ossia Pietro (divenuto poi vescovo di Verona) e Fregnano, uomo d’arme e discreto comandante. Per il suo modo dispotico ed autoritario di esercitare il potere, Cangrande II fu ben presto chiamato dai suoi sudditi Canis rabidus (Canrabbioso), attributo non certo lusinghiero che denota con chiarezza una condanna per i suoi modi autoritari,dispotici e violenti. L’eredità lasciatagli dal padre era uno stato decisamente meno esteso di quello di Cangrande I ma soprattutto in continua tensione militare. In questo periodo Cangrande II dovette fronteggiare due problemi abbastanza pressanti: l’avanzare continuo del potere della famiglia Visconti ed i tumulti nella Val Lagarina causati dai ribelli trentini. Grazie all’intervento di Ludovico V di Brandeburgo, riuscì a sistemare la situazione a Trento, mentre i rapporti con i Visconti gli crearono non pochi problemi. Cangrande II era imparentato con Bernabò Visconti, il quale aveva sposato nel 1350 la figlia di Mastino II, ma non si fidava del milanese e quindi strinse legami diplomatici con i signori d’Este e persino con i veneziani. In breve finì col prender parte alla lega antiviscontea perorata dalla Repubblica di San Marco alla quale facevano parte oltre che agli estensi anche i carraresi e i Manfredi. L’imperatore tedesco avvallò la coalizione e dotò lo scaligero di un esercito ben equipaggiato. Cangrande II si circondò di uomini di corte fidati e personaggi valorosi come Giacomo Cavalli e Francesco Bevilacqua che lo sostennero nel governo del suo ampio territorio. Nel 1354, durante un suo viaggio verso la Baviera in visita al marchese suo parente, era appena giunto nella città di Bolzano, quando fu informato da un messaggero che il fratellastro Fregnano, si era impadronito di Verona accordandosi con i Gonzaga di Mantova e i Visconti di Milano, anch’essi desiderosi di mettere le mani sulla città. Cangrande II invertì subito la marcia e, attraverso sentieri nascosti sulle montagne della Lessinia, scese in Val di Chiampo e giunse a Vicenza. Trovò subito disponibilità di un buon numero di armati e alla testa di un’esercito raggiunse la città di Verona. Entrò in Campo Marzo senza difficoltà, ma i sostenitori del “ribelle” Fregnano si disposero compatti tra il Ponte delle Navi e la Porta dei Pellegrini, in attesa dello scontro. Cangrande II attaccò senza indugio il fratellastro aiutato anche, nonostante tutto, da buona parte dei cittadini veronesi, che volevano così dimostrare la loro preferenza per l’erede di Mastino II. Intanto ottocento cavalieri lombardi al servizio di Bernabò Visconti si erano posti nei pressi di Bussolengo, pronti ad approfittare della situazione nel caso che l’usurpatore Fregnano avesse avuto la meglio. Ma contemporaneamente anche il cognato di Cangrande II, Ludovico di Brandeburgo, era sceso dalla Baviera in suo aiuto con cinquecento cavalieri, dando una svolta definitiva allo scontro che vide il successo di Cangrande II. Nella confusione il fratellastro Fregnano tentò di darsi alla fuga, ma maldestramente scivolò nelle acque dell’Adige e annegò sotto il peso della sua armatura. Ripescato, il suo corpo venne esposto, per ordine di Cangrande, in piazza delle Erbe appeso per un piede, a celebrazione della vittoria e come monito agli eventuali futuri ribelli. Cangrande II, fedele cristiano, riconoscente per la vittoria ottenuta, edificò sul posto una chiesa col nome di Santa Maria della Vittoria e cambiò anche il toponimo di porta dei Pellegrini in Porta Vittoria. Di questo fatto rimangono ancora oggi la testimonianza della facciata della chiesetta e la denominazione allargata a quel tratto di sponda del fiume nominato, appunto Lungadige porta Vittoria. Anche i cavalieri di Brandeburgo lasciarono un ricordo duraturo a Verona. Nella chiesa allora dedicata a San Pietro Martire, ora sconsacrata e chiamata San Giorgetto, vicino a Sant’Anastasia e dirimpetto, al palazzo delle Aquile (ora albergo Due torri), c’è una scritta del 1354 che ricorda appunto i cavalieri tedeschi con i loro affreschi attestati sui muri. La brutta esperienza avuta con il fratellastro lo indusse a non ritenere più sicuri i suoi palazzi presso Santa Maria antica e quindi mantenne un corpo di guardia permanente presso il Palazzo dell’Aquila luogo della sua nuova residenza. Il timore di rivolte e di attentati alla sua vita lo portò a concepire il progetto di una roccaforte che lo difendesse dall’ostilità dei fratelli e da quel popolo veronese che in gran parte lo avversava. A questo scopo scelse un luogo che forse già i romani avevano identificato come uno strategico punto di difesa: quel triangolo tra l’Adige e l’imbocco dell’Adigetto che adesso era per di più difeso anche dalle robuste mura comunali. Nel 1354, murata la porta del Morbio, iniziò la costruzione di un castello proprio in quel punto del fiume che, lontano da San Giorgio, dove si attestavano le difese della città alla sinistra dell’Adige., poteva consentire un’agile fuga verso gli amici tedeschi del Tirolo. Luogo appropriato anche perché proprio in quel punto gli antichi romani avevano costruito un fortilizio avanzato ed un ponte, forse non tanto robusto, ma di cui rimase traccia in alcuni documenti fino al 1285, e poi crollato in un momento non ben definito. La fortificazione scaligera fu chiamata Castello di San Martino in Aquàro, cioè castello presso l’Adige, e San Martino dalla denominazione della chiesetta preesistente che verrà conservata all’interno della Corte d’armi. L’opera, una roccaforte all’interno della città di Verona, era concepita non tanto per difendersi da attacchi esterni, ma proprio per offrire al Signore della città una residenza sicura in grado di resistere ad eventuali ribellioni interni. Le ardite arcate del ponte, poi, scavalcheranno l’Adige solo per tenere aperta a Cangrande II la via di fuga verso Nord (Germania), dove parenti ed amici lo avrebbero accolto e protetto. Il ponte avrebbe poi facilitato anche un possibile soccorso da parte di Ludovico di Brandeburgo. In città la sua fama di Cane-Rabbioso era sempre più grande: le sue attività repressive contro sospetti di congiure e spie era spietata e crudele. Questo atteggiamento esasperò molti veronesi e generò odi e rancori creando i presupposti della fine sanguinosa e squallida del Signore di Verona. La notte del 14 dicembre 1359, nei pressi di S. Eufemia, Cangrande II venne ucciso dal fratello Cansignorio che lo pugnalò più volte aiutato da tre amici fidati, macchiando con un fratricidio la dinastia degli Scaligeri. ........................... CANGRANDE II, FREGNANO DELLA SCALA E GIOVANNI MEZZASCALA LA RIVOLTA DI FREGNANO (di Stefano Franchetto) Cronaca della rivolta:
Fregnano Della Scala di ventisei o ventisette anni, si distingueva a Verona per bellezza fisica e raffinatezza dei costumi: forte nei tornei e in guerra e abile diplomatico. Il padre (MastinoII°) lo preferiva, per le sue capacità sia come stratega che in diplomazia. Fu ordinato cavaliere da Obizzo D'este ne 1345 e accreditato podestà di Vicenza per diversi anni. Aveva comandato mille cavalieri nella guerra bolognese e fu assoldato da Venezia come mercenario. Ciò dimostra che aveva una certa esperienza nelle questioni: di guerra, e di stato. Nel gennaio 1354, in occasione del matrimonio tra Filippino Gonzaga con Varena d’Asburgo, Fregnano aveva contattato i Gonzaga di Mantova, assicurandosi il loro appoggio nella trama di sostituirsi al fratellastro, alla Signoria di Verona. In realtà i Gonzaga appoggiarono Fregnano, concependo in un secondo momento di impossessarsi dei territori Scaligeri. Cangrande II° dovette recarsi a Bolzano, nel febbraio 1354, convocato dal cognato, Marchese del Brandeburgo, per ideare una strategia comune nell'intento di creare una lega anti viscontea. Partì da Verona con il fratello quattordicenne Cansignorio, lasciando la reggenza di Verona nelle mani di Fregnano e di Azzone da Correggio (che era stato perdonato del tradimento di Parma). Fregnano acquisito il potere su Verona, convocò a casa sua, nella notte tra il 16 e 17 febbraio, Azzone da Correggio (con l'incarico della luogoteneza sulla citta) due notai veronesi: Celestino (responsabile per le truppe) e Tebaldo (responsabile delle porte cittadine e sui castelli del distretto) e altri nobili in disaccordo con Cangrande. Si decise di far allontanare le truppe fedeli a CangrandeII° con la scusa di rafforzare le difese a Valeggio e Borghetto. Allontanate le milizie, Fregnano corse a cavallo per tutte le strade cittadine, annunciando che tutti i crediti e le gabelle verso Cangrande II° sarebbero state annullate e bruciate. Fece radunare il popolo nel cortile del mercato vecchio al suono delle campane di San Fermo e annunciò che Cangrande II° era morto, ucciso in un'imboscata dei Castelbarco, mentre stava per raggiungere Bolzano. Allarmò il popolo con la notizia dell'arrivo imminente delle truppe Viscontee. Ciò gli permise di farsi acclamare Signore della città. Nelle prime ore del pomeriggio entrarono a Verona le truppe Gonzaghesche con a capo i più illustri esponenti della famiglia Gonzaga, tra cui: Ugolino, Francesco, Pietro, Alberto, Corrado e Guglielmo. Tutto stava procedendo come ideato nei piani; ma in quell'anno, Vicenza era governata per conto di Cangrande II°, da Giovanni Della Scala, soprannominato Mezzascala. Secondo fonti storiche, sembra che uno scrivano lo abbia informato che Cangrande II era morto e che Fregnano si fosse impossessato della Signoria. Trovando la notizia sospetta fece subito partire un messaggero per Bolzano onde sincerarsi della notizia. Poi, rafforzò le difese di Vicenza e di tutti i castelli sotto la sua tutela. Nei riguardi di questo avvenimento, una cronaca padovana, attribuisce un ruolo decisivo di Giovanni Mezzascala nella soluzione della rivolta. Secondo le cronache, Fregnano gli inviò un messo, per invitarlo a presentarsi senza indugio a Verona. Giovanni, che era a Montecchio Maggiore per presiedere dei lavori di fortificazione, obbedendo all'ordine si mise in viaggio alla volta di Verona. Ma, lungo la strada, venne informato della reale causa degli avvenimenti. Fece subito ritorno a Vicenza; ma fu intercettato da alcuni partigiani di Fregnano, che lo catturarono. La cattura durò poco perché riuscì a liberarsi (anche per il casuale sopraggiungere di una pattuglia di cavalieri Teutonici che lo aiutarono) Liberato che fu, si trincerò dietro le mura di Vicenza nell'attesa di notizie certe da Bolzano su Cangrande. Questi giunse a Vicenza, più rapidamente possibile, attraverso la Val Sugana il 22 febbraio. Subito mandò a chiedere aiuti a Francesco da Carrara, che aderì prontamente alla sua richiesta, inviando 200 cavalieri Carraresi. Cangrande II° aveva con se 200 cavalieri veronesi, altri 500 tra vicentini e Teutonici oltre a cento Brandeburghesi, approntati per fronteggiare questa situazione, dal Marchese del Brandeburgo. Poi, altri, giunti da Ferrara. In tutto, circa un migliaio di uomini esperti e adeguatamente armati. Con questi partì per Verona. Secondo i cronisti dell'epoca, Cangrande II° era esitante, perché conosceva le grandi abilità di stratega del fratellastro, questa cosa lo scoraggiava a tal punto, che in località Villanova di San Bonifacio, Giovanni Mezzascala lo dovette incitare nel proseguire, esortandolo a cavalcare” viriliter et fortiter”. Ma il Signore veronese sconfortato e in lacrime, affidò il destino degli Scaligeri nelle sue mani, davanti a tutte le truppe. Intanto le truppe del Visconti il 24 febbraio si erano mosse con chiari intenti di conquista. Fregnano, che non voleva dare battaglia ai milanesi, inviò a parlamentare: Ugolino, Francesco e Guglielmo Gonzaga, con un'offerta di alleanza. Bernabò, invece, li fece prigionieri e attaccò Verona alla porta di san Massimo. I difensori (probabilmente truppe mantovane), avvertiti da un servo, che era riuscito a sfuggire alla cattura, organizzarono le difese e riuscirono a respingere le truppe viscontee. Esse, sconfitte, si ritirarono a Bussolengo e li si accamparono. Intanto il 25 febbraio, erano arrivate, di sorpresa, le truppe di Cangrande II°, che, al comando di Giovanni della Scala, subito attaccò la porta di “Campo Marzio” (attuale porta Vittoria, nei pressi del cimitero). Mentre si combatteva, per vincere la resistenza del corpo di guardia, il cavaliere fiorentino Giovanni dell'Ischia scese sul greto del fiume, aggirò lo sperone di mura, dal quale partiva la catena di sbarramento del fiume, seguito da altri cavalieri. Così che lo scontro si accese anche per le vie cittadine; ma per la salda resistenza incontrata, lo scontro, vero e proprio, si sposto sulla fragile struttura di ponte Navi, alla sponda sinistra dell'Adige. Più volte le truppe di Cangrande rischiarono di essere sconfitte; ma una sollevazine popolare, che al grido di “Viva Cangrande!” gli assicurarono la vittoria ammassandosi, poi, all'imboccatura del ponte stesso. Fregnano era intrappolato, sul ponte, tra le truppe di Cangrande e i Veronesi inferociti. Tentò di farsi largo per rientrare in città, ma fu disarcionato da un colpo di roncone, assestato da un popolano a un garretto del suo cavallo. Fregnano, caduto a terra, fu assalito da Giovanni della Scala, da Galeotto Malaspina e un cavaliere tedesco. Per sfuggire alla cattura tentò di attraversare il fiume e passare sulla riva destra con una barca, ma fu ferito e cadde in acqua. Trascinato dalla corrente dell’Adige e gravato dal peso dell'armatura, annegò. Nel mentre, vista la mal partita, Azzo da Correggio e i Dal Verme fuggivano dalla città. Mentre le truppe di Cangrande combattevano per le strade cittadine, il Visconti non si mosse da Bussolengo, anzi, al successo del cognato, si fece ricevere da Cangrande, seguito da una piccola scorta, compiacendosi per la sua vittoria. La battaglia, però, non era finita, perché vi erano consistenti nuclei di truppe mantovane in città. Ma Giovanni Mezzascala, aiutato dalla stessa popolazione, agevolmente sconfisse queste ultime sacche di resistenza: Feltrino Gonzaga riparò nella chiesa di San Fermo; ma Alberto, Corrado e Pietro furono catturati per le vie cittadine. Gran parte del territorio veronese non aveva aderito alla rivolta. Si ebbe un piccolo eco al castello di Ostiglia; ma non fu difficile per Cangrande II° riprendere in mano la situazione. La repressione di Cangrande fu spietata, e durò parecchi mesi. Nella piazza di Cortile Mercato Vecchio furono innalzate diverse forche e tra i 25 e i 34 congiurati vi furono impiccati. Anche lo stesso Fregnano, ripescato dall'Adige, vi restò appeso, come monito, per lungo tempo. Il 25 febbraio 1354 per ringraziare il cielo di averlo seguito nella vittoria contro il fratellastro, Cangrande II° eresse una piccola chiesa dedicandola a “Santa Maria della Vittoria” nei pressi di Lungadige Porta Vittoria (ancora adesso se ne possono ammirare i resti) Il tragico episodio veronese mise in crisi la Lega promossa da Venezia per contrastare Milano (che voleva riunire mantovani e veronesi insieme nella lotta contro i Visconti). La Repubblica di San Marco per cercare di riappacificare le parti anticipò la somma che servì per riscattare i nobili Gonzaga catturati, ottenendo così l'adesione dei medesimi nelle guerre successive contro Milano
|