Cangrande I della Scala (n. 1291 - m. 1329) parte prima Il governo di Alboino e Cangrande
Cangrande nacque il 9 marzo del 1291, figlio terzogenito di Alberto I della Scala e di Verde da Salizzole. Lo storico vicentino Ferreto esaltò la sua giovinezza e nel suo poema descrisse la crescita del fanciullo scaligero il quale “non si spaventava davanti al suono della tromba, che non si divertiva giocando con gli altri bambini, ma trovava piacevoli le armi e sognava imprese cavalleresche”. Un figliolo promettente nel quale il padre Alberto aveva riposto molte speranze. Alberto curò personalmente l’educazione del figlio più giovane, lo addestrò al mestiere delle armi e seppur ancora un bambino ricevette il titolo di cavaliere insieme al fratello maggiore Bartolomeo. Quando Alberto I della Scala morì, come abbiamo visto in altra sede, il potere passò nelle mani del figlio maggiore Bartolomeo e dopo la sua morte in quelle dei fratelli Alboino e Cangrande. [vedi articolo su l’Inizio della Signoria Scaligera parte II] Alboino e Cangrande condivisero il peso del governo a partire dal 1304, anche se il volere di Cangrande all’inizio era subordinato a quello del fratello maggiore. In realtà Cangrande assunse solo a partire dal 1308 una posizione paritaria con il fratello Alboino essendo nominato Signore e Capitano del Popolo e ottenendo in questo modo il comando supremo delle forze armate. Malgrado la giovane età (aveva solo 17 anni) Cangrande si guadagnò in battaglia, al fianco del fratello maggiore, il governo della città di Verona e la guida del suo esercito contro Azzo d’Este. A quel tempo l’Italia del Nord di fede ghibellina era minacciata da 2 grandi nemici: Milano e Ferrara. Verona, città fedele all’ Imperatore, doveva difendersi dai della Torre a ovest e dagli Estensi a est (nonché da Padova notoriamente guelfa ed ostile a Verona). Le vicende belliche di questi anni influirono molto sulla personalità del giovane Cangrande e lo resero uno dei più formidabili statisti e strateghi del suo secolo.
Come si è detto nella parte dedicata a Bartolomeo e ad Alboino della Scala, tra le prime esperienze belliche del giovane Cangrande è importante ricordare quella del 1306, quando lo Scaligero guidò il suo esercito veronese-mantovano in aiuto del cognato, Matteo Visconti che era in guerra con Guido della Torre. Purtroppo mentre Cangrande arrivava nei pressi di Bergamo l’imponente esercito dei della Torre sconfisse gli 800 cavalieri ed i 1500 fanti di Matteo Visconti. Cangrande fece ritorno a Verona e il Visconti fu costretto ad uscire di scena e a ritirarsi a Nogarola, in territorio mantovano in attesa di giorni migliori. Nel marzo del 1307 Cangrande scese di nuovo in guerra questa volta contro gli Estensi e Ferrara. Verona, Brescia, Mantova, Parma, i fuoriusciti bolognesi e i Signori da polenta di Ravenna attaccarono Cremona, fedele alleata di Ferrara. La cavalleria scaligera arrivò nei pressi del capoluogo nemico e devastò l’intera zona cremonese fino al confine mantovano. I soldati saccheggiarono i territori conquistati e ritornarono verso casa. La flotta scaligera non fu nemmeno utilizzata e rimase all’ancora a Serravalle. La reazione di Azzo d’Este non si fece attendere e mentre i suoi alleati (Milano, Piacenza, Lodi e Pavia) inviavano truppe per tamponare l’avanzata su Ferrara, egli stesso si diresse contro i domini scaligeri arrivando a Ostiglia. Qui lo attendevano Alboino e Cangrande con 1400 cavalieri e ben 10000 fanti, pronti a difendere la loro terra. Gli estensi conquistarono Ostiglia e Serravalle e si presero anche la flotta scaligera ancorata nei pressi. Azzo d’Este sembrava esser inarrestabile, ma morì improvvisamente il 31 gennaio 1308. I vari problemi di successione della casa estense frenarono l’avanzata dei ferraresi, gli eredi del Signore di Ferrara iniziarono a farsi guerra tra loro e le ostilità contro Verona e Mantova terminarono. Scaligeri e Bonacolsi conclusero la pace con Ferrara e con i suoi alleati, tra i quali Guido della Torre che divenne un loro amico. Ma a quei tempi la pace durava molto poco; nel marzo del 1308 a Parma scoppiò una guerra tra fazioni rivali: i Lupi e i Rossi capi del partito Guelfo scacciarono Giberto da Correggio, alleato degli Scaligeri, e si presero il governo della città di Parma e di Guastalla. In quei giorni Scaligeri e Bonacolsi dopo aver siglato un patto di alleanza con il re Enrico di Boemia, Otto di Carinzia e i Signori di Castelbarco, furono costretti a correre in aiuto di Giberto in quanto i Guelfi stavano puntando su Brescia. Dopo varie battaglie gli Scaligeri ebbero la meglio sui Guelfi e grazie anche all’esperienza militare di Giberto da Correggio la città di Parma ritornò nelle mani dei Ghibellini. Queste in sintesi, le prime battaglie sostenute dal giovane Cangrande, che seppur subordinato al fratello maggiore a causa della sua tenera età, dimostrò di che stoffa era fatto. A diciotto anni Cangrande sposò Giovanna di Svevia, figlia di Corrado di Antiochia e nipote dell’Imperatore Federico II Hohenstaufen. Costanza, sua sorella, aveva sposato qualche tempo prima Bartolomeo della Scala. Il 1308 fu per Cangrande un anno importante: sposò di una bella principessa tedesca, divenne correggente e Signore di Verona e fu acclamato Capitano del popolo veronese con diritti di governo e comando militare. A questo punto le mire espansionistiche degli Scaligeri si mossero nuovamente in direzione di Milano, contro quei della Torre che stavano raccogliendo forze dai tutti i guelfi della zona. Nel maggio 1309 scoppiò a Piacenza un’insurrezione durante la quale Alberto Scotto aveva scacciato il presidio milanese. Piacenza entrò a far parte della Lega formata da Mantova, Verona, Parma, Modena e Brescia. Fu un anno di guerre sanguinose tra guelfi e ghibellini: a Piacenza gli Scaligeri sconfissero Franceschino della Torre, a Parma Giberto da Correggio scacciava tutti gli esuli guelfi. Giunse l’inverno e a causa dell’inclemenza del tempo le ostilità furono interrotte e si siglò un momentaneo trattato di pace. Ma la pace non poteva durare; nei singoli Comuni italiani, nobili e borghesi lottavano tra di loro e le lotte intestine tra fazioni opposte o “intriseci” ed “estrinseci” dilaniavano i precari equilibri politici delle città. La situazione dei Comuni del Nord Italia nel 1310 era quindi assai problematica e ciò fece pensare a Enrico VII che fosse giunto il momento di scendere in Italia e “pacificare” le genti. L’arrivo dell’Imperatore in Italia fu l’inizio di un nuovo corso per Verona e la famiglia della Scala. Gli Scaligeri infatti erano dichiaratamente fedeli sostenitori di “Cesare” ossia dell’Imperatore, tra i ghibellini più sinceri e leali. [vedi articolo su l’Inizio della Signoria Scaligera parte II] Enrico VII di Lussemburgo e gli Scaligeri Gli Scaligeri, considerati il caposaldo dei ghibellini dell’alta Italia, furono tra i primi ad inviare i loro ambasciatori alla corte di Enrico, promettendo al nuovo re aiuti finanziari e sostegno militare in occasione della discesa in Italia del monarca dove sarebbe stato incoronato ufficialmente. Come abbiamo già visto nell’articolo sull’inizio della Signoria Scaligera, non appena Enrico VII ebbe varcato il Moncenisio e messo piede in territorio italiano, si presentarono gli ambasciatori delle diverse città lombarde per rendere omaggio e scortarlo nel suo viaggio verso Milano. Verona inviò come ambasciatori il giurista Romesio dei Paganotti e uno dei più fedeli e stimati collaboratori dei Signori di Verona, Bailardino da Nogarola. Gli ambasciatori scaligeri raggiunsero l’Imperatore nel dicembre del 1310 il quale fu molto felice di vederli e nominò Bailardino Vicario Imperiale di Bergamo.[vedi articolo su Arrigo VII] Enrico VII decise di organizzare un raduno di tutti i Comuni e i Signori ghibellini presso la città di Milano e decretò che avvenisse il 5 gennaio 1311, data della sua incoronazione. Nessun esponente dei della Scala partecipò alla delegazione veronese che fu rappresentata dal Vescovo Tebaldo e un gruppo di Maggiorenti. Alboino e Cangrande erano ufficialmente impegnati in un’azione bellica a Reggio e non potevano presenziare alla cerimonia. In realtà i Signori Scaligeri erano adirati con l’Imperatore tedesco il quale non si decideva a nominarli Vicari Imperiali di Verona, come del resto dal loro punto di vista era logico che facesse. Finita la cerimonia dell’incoronazione Enrico VII emise dei provvedimenti riguardanti una riforma dell’Italia, una serie di misure che prevedevano l’insediamento in ogni città di governatori imperiali. Il compito dei governatori era quello di rappresentare il potere di Enrico e di “pacificare” ad ogni costo le continue dispute tra fazioni opposte. Alla carica del Podestà veniva affiancata quella del Vicario Imperiale, quindi secondo la logica giuridica dell’elezione di un Podestà, il Vicario doveva essere di un’altra città, ossia “super partes”, in modo da essere imparziale nel suo giudizio (ad esempio a Verona fu proposto il pisano Vanni Zeno come Podestà e Vicario Imperiale). In tal modo gli Scaligeri venivano accantonati dall’autorità imperiale rappresentata da un forestiero che avrebbe governato per conto dell’Imperatore sulla loro città, insomma era la fine del loro potere su Verona e questo per loro era insostenibile. Per quanto riguarda Verona queste misure che l’Imperatore voleva introdurre avrebbero favorito il rientro in città di tutti quegl’esuli o nemici politici che gli Scaligeri erano riusciti faticosamente a cacciare. In breve nemici giurati dei della Scala come Vinciguerra da Sambonifacio o Guglielmo de Rossi avrebbero potuto rientrare legalmente a Verona minando il potere scaligero dall’interno. Gli Scaligeri si opposero con fermezza al rientro dei Sambonifacio in Verona e il 10 febbraio 1311 Alboino e Cangrande rinunciarono, non senza riluttanza, al Capitanato su Verona. Ben presto l’Imperatore si rese conto che Vanni Zeno non poteva prendere il posto dei Signori della Scala e che aveva commesso un grande errore. In più Bailardino Nogarola volle intercedere in favore dei della Scala, ricordò al sovrano quali e quanti sforzi avevano fatto gli Scaligeri per tutelare la causa ghibellina e convinse Enrico che la cosa migliore fosse dar loro il potere imperiale sulla loro città. Nel marzo 1311 Alboino e Cangrande della Scala furono nominati Vicari Imperiali di Verona e ritornarono a governare la città. Contemporaneamente anche a Mantova, il suo Signore Rinaldo Bonacolsi, detto Passerino, estraniato per alcuni mesi dalla sua carica di Podestà, recuperò i suoi poteri e fu nominato Vicario Imperiale di Mantova. Finalmente il potere degli Scaligeri era stato riconosciuto dalla massima autorità, l’Imperatore tedesco; già da alcuni anni essi portavano sui loro scudi, sulle bandiere e sulle insegne l’aquila ad ali spiegate, simbolo della loro lealtà alla causa imperiale. Ora l’aquila imperiale sovrastava la scala a quattro pioli chiara rappresentazione della situazione politica scaligera. Essere Vicari Imperiali comportava non solo diritti, ma anche enormi doveri in ogni settore: economico, militare, e legislativo. Ad esempio il Governatore Generale della Lombardia (colui che controllava tutti gli altri Vicari Imperiali) esigeva un esborso annuo di 291.689 fiorini d’oro, per provvedere a tutto l’apparato burocratico nonché al pagamento delle truppe imperiali. Ogni città doveva versare una quota stabilita: Verona pagava 13.700 fiorini d’oro in rate trimestrali. Oltre alle tasse imperiali ogni città doveva fornire al Governatore un contingente militare a presidio dei territori lombardi e Verona dovette inviare 150 cavalieri. Anche a livello legislativo i Vicari erano sotto il controllo dell’Imperatore: prima di emanare una legge o esigere nuovi dazi essi dovevano avere l’autorizzazione imperiale. Tuttavia, il nuovo titolo, pur comportando operosissimi impegni e limitando considerevolmente l’autonomia dei singolo Principi, si dimostrò uno strumento idoneo ai loro disegni dinastici. Per Cangrande i rapporti con l’Imperatore e la nobiltà tedesca divennero indissolubili e ciò lo aiutò notevolmente nelle sue azioni belliche. Padova e gli Scaligeri Quando Enrico VII scese in Italia tra le varie città del Nord una in particolare attraversava un periodo di benessere e stabilità: il Comune di Padova. Era una città guelfa molto operosa e produttiva, il commercio era florido, la sua università all’avanguardia e le sue robuste fortificazioni difendevano perfettamente il territorio dai vari nemici. Padova era gelosa della propria autonomia e guardava con diffidenza al giovane Imperatore tedesco. Grazie ad un’attenta operazione diplomatica i padovani riuscirono a farsi concedere dall’Imperatore il possesso di Vicenza (che già sottostava al governo padovano) promettendo di avere un Vicario Imperiale a controllo della città. In cambio Enrico VII pretese un contributo molto elevato per provvedere al pagamento delle sue truppe in Lombardia, una somma assai elevata calcolata sulla ricchezza della città. Padova decise di non pagare il tributo all’Imperatore ed i suoi cittadini, indignati per l’esosità delle richieste imperiali, decisero di prepararsi a far guerra. Enrico VII vedendo il malcontento dei vicentini insofferenti all’idea di restare sotto il dominio padovano, perse la pazienza e decise di “pacificare” le sommosse nel Comune di Padova una volta per tutte usando però la forza. Per piegare l’orgoglio dei padovani e punirli per la loro insolenza furono usati tutti i mezzi (militari e diplomatici) del tempo. Verona cercò di incoraggiare delle rivolte interne a Vicenza, anche grazie a Sighelfredo Gonzara, un vicentino esiliato dal governo di Padova che era riuscito a rientrare di nascosto nella sua città. Intanto il Vescovo Aymo da Ginevra ottenne il comando delle truppe imperiali insieme al signore di Clairac e si recò a Verona con 300 cavalieri. Gli Scaligeri si associarono con entusiasmo all’impresa imperiale congiuntamente ai loro alleati di sempre, i Bonaccolsi di Mantova. Aymo fece irruzione in Vicenza dove le truppe veronesi e mantovane avevano già aperto un varco e issati i vessilli imperiali. Seguì un feroce rastrellamento di tutti i soldati padovani i quali tentarono di fuggire. Alcuni fuggitivi si diressero verso il castello di Isola dove c’era acquartierato un presidio di soldati padovani. Cangrande calò su Isola con le sue truppe leggere e conquistò la rocca, massacrando i nemici e incendiando il borgo. Così Vicenza divenne ghibellina e fu nominato governatore della città Vanni Zeno. Il popolo vicentino esultò per l’arrivo di Cangrande grati allo scaligero per averli liberati dall’oppressione dei governanti padovani. L’assedio di Brescia Il giovane Signore Scaligero sembra avesse fatto di tutto per entrare nelle grazie dell’Imperatore al fine di diventare Vicario Imperiale anche di Vicenza e ci stava riuscendo. Ma in quel tempo Enrico VII aveva altri problemi nell’Italia del Nord; Brescia sembrava non voler sottostare alla legge imperiale ed Enrico doveva soffocare ogni rivolta. Tutti gli alleati ghibellini accorsero a dar man forte all’Imperatore. Ovviamente i fratelli della Scala erano tra i più vicini al loro imperatore e con lui sostennero i 4 mesi di assedio della città di Brescia. Durante il lungo assedio si propagò un’epidemia che decimò i soldati imperiali. Anche Alboino si ammalò gravemente durante l’assedio di Brescia e tornò a Verona per curarsi. Solo Cangrande sembrava resistere alla malattia e continuava a sostenere le azioni belliche comandate da Enrico. Nell’estate del 1311 Cangrande ebbe il comando delle truppe imperiali, ma non riuscì ad espugnare Brescia. Fu grazie all’azione diplomatica di un religioso che i bresciani si convinsero ad arrendersi e così Enrico VII entrò in città. Tuttavia l’Imperatore era così adirato che punì i bresciani abbattendo le mura difensive della città ed obbligandoli a pagare una cifra elevatissima [vedi articolo su la vendetta di Arrigo VII] Il 4 ottobre l’Imperatore convocò a Pavia una dieta delle città dell’alta Italia per verificare l’affidabilità e la lealtà dei Comuni ghibellini. Cangrande era evidentemente il preferito dell’Imperatore; in lui Enrico riponeva la massima fiducia e lo volle con se a Genova. Dopo 15 giorni di permanenza alla corte imperiale a Genova Cangrande ricevette un messaggio da Verona che lo informava delle gravissime condizioni di salute di Alboino. Lo scaligero non esitò un solo istante e abbandonò le fila delle truppe imperiali per raggiungere il fratello cercando di arrivare perlomeno prima che morisse al fine di poter sedare ogni eventuale rivolta da parte dei nemici della Signoria. Nella notte tra il 28 e il 29 novembre 1311 Alboino della Scala morì. Cangrande, suo fratello minore, ne ereditò tutti i poteri diventando il solo Signore di Verona.
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