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30/12/2010

Anno Domini 1311-2011. il 23 ottobre Cangrade I della Scala rivive a Verona.

30/12/2010

domenica 10 aprile 2011: passeggiata scaligera in centro a Verona

 

Campane e campanili

RUBRICA PERIODICA: STORIA DELLE CAMPANE A VERONA
Capitolo I: l'alto medioevo

Nell'alto medioevo a costruire le campane erano i monaci stessi, solo più tardi, verso il 1000, nacque la professione del fonditore. Il nostro pionieristico "ingegnere" proveniva in genere dalle zone dell'Europa centrale: dalla Borgogna alla Sassonia (si ricordi Mastro Roberto, operante a Ravenna) ove le materie prime e l'arte di lavorarle erano più reperibili.
A bordo di un carro percorreva le impervie strade d'Europa, prestando i suoi servigi dove richiesto. Arrivato in loco, apprestava la sua fonderia-mobile proprio nei pressi del campanile per il quale doveva fondere il bronzo.
All'epoca non si parlava ancora di veri e propri concerti di campane: ogni chiesa aveva due o tre bronzi, dei quali l'accordo non importava, non venendo mai suonati tutti contemporaneamente. Tuttavia i maestri pisani del XII sec. ed i primi trattati teorici redatti da un monaco svizzero ci informano che "tagliando il labbro" o "levigando la scapola" della campana la nota cresceva o calava. Pare che in Toscana fosse già riuscito un terzo di campane in tono minore "Re Mi Fa". Ulderico vescovo, ordinò per la cattedrale di Le Mans ben dodici campane.E', del resto, l'epoca della nascita della teoria musicale: il secolo di geniali musicologi come Guido d'Arezzo, Iacopo da Liegi, la leggendaria scuola di Notre Dame, i maestri fiamminghi e San Gallo. A riprova di questo, incisi nelle pietre delle cattedrali, scorgiamo monaci che con una mano suonano un organetto od una siringa e, con l'altra, percuotono una serie di campanelli: i primi carillons. Scarse sono le notizie di fonditori Veronesi, tuttavia un annale del 662 d.C. riporta che: "Tutte le campane dei campanili della città suonarono alla morte di San Mauro". Di quest'epoca è pure la campana ottagonale conservata a San Zeno Maggiore, probabilmente appartenente alla chiesa di San Procolo. Abbiamo pure, a Castelvecchio, unacampanella preparata nel 1081 per il monastero di San Massimo all'Adige. Qualcuno, questi bronzi, ben deve averli fusi. Più tardi, e siamo al XII secolo, sappiamo dell'esistenza di due fonditori: Gislimerio, che fuse due piccole campane per San Zeno Maggiore nel 1149 e Oliviero che, nel 1172, preparò la campana per san Salvar, sempre in città. Non solo, nella chiesa inferiore di San Fermo è raffigurato il campanile con due campane a slancio. Siamo nello stesso periodo.
In Germania abbiamo ancora campane di quell'epoca come la celebre Lullusglocke ed il possente Do3 della cattedrale di Bamberg.

Capitolo II: Il trecento e la scuola veneziana
Proseguendo il nostro cammino di ricordo delle opere dei fonditori di campane non possiamo fare a meno di notare che nel XIII secolo l'arte fusoria veronese subisce una battuta d'arresto. La città passa dal dominio degli Ezzelini alla signoria Scaligera, ed il nuovo assetto politico impiegherà un poco di tempo per raggiungere una adeguata stabilità. Ma nel '1300 l'arte, quasi magia, del fondere campane, riprende un vigore più che considerevole. A dare impulso a questa rinascita è la c.d. "scuola veneziana" che vede negli artisti lagunari i padroni del campo. Qualcuno ha già scritto lunghe trattazioni su questi fonditori, ma in questa nostra piccola rubrica sulla storia dell'arte fusoria veronese, vogliamo ricordare solo i dati principali, esponendoli in modo semplice e chiaro. Cercheremo di interpretare le scritte e le storie delle secolari campane per conoscerne i fonditori non solo come aridi nomi ma come uomini di fede e scienza che vissero nel loro tempo con indubbio coraggio e devozione al lavoro.
Manfredino da Venezia fu un uomo dallo smalto arrembante ed avventuroso: era, infatti, grande viaggiatore. Troviamo campane da lui firmate in tutto il triveneto (Sued Tirol compreso) e, perfino, in Puglia. Nel 1321, per Federico della Scala prepara un bronzo destinato alla chiesa di San Giovanni in Sacco (Campagnola) e che, oggi, riposa in bella mostra al museo di Castelvecchio. Di forma allungata e con il labbro inferiore rigonfiato, reca due fasce con inscrizioni sugli spigoli inferiore e superiore. Al centro lo stemma scaligero non abbracciato da alcun contorno. In alto rileviamo la firma del Nostro: "magister manfredinvs me fecit". Di poco posteriori troviamo i fonditori Vivenzio e figlio Vittore che, nel 1358, fusero la campana minore "squilla" per la cattedrale di Verona per conto del vescovo Pietro Della Scala, il quale fece la loro conoscenza durante un viaggio a Venezia. Il diametro del bronzo è di circa 85 cm, il peso stimato si aggira attorno ai 400 kg e venne portato nella nostra città risalendo l'Adige su di una chiatta. L'opera è conservata oggi al museo di Castelvecchio e rispetta lo schema decorativo delle due fasce di inscrizioni sugli spigoli e degli stemmi al centro del vaso. I caratteri risultano, però, più curati e più arrotondati, segno di una evidente evoluzione culturale. Lo schema dell'apparato iconografico, standard in quel tempo ed in queste zone, ci può far supporre che Vivenzio abbia conosciuto e, forse, collaborato con Manfredino, traendone insegnamenti e perfezionando il migliorabile. Il profilo appare, infatti, più tozzo, instradandosi già verso le mode quattrocentesche. Arriviamo ora a conoscere un personaggio abile ed industrioso: il leggendario maestro Jacopo da Verona. L'epiteto può sembrare esagerato, ma la quantità, la qualità e le dimensioni di campane fuse da questo nostro grande concittadino ne attestano sicuramente le capacità artistiche, oltre che un carattere aperto alle innovazioni ed alle sperimentazioni. La forma dei suoi bronzi è a "pan di zucchero", stretta ed alta, tipicamente medievale. Il suono è deciso, brillante ed
avvolgente. Sui suoi bronzi una V trifogliata omaggia la sua città. Recentemente l'associazione italiana di campanologia mi ha commissionato su tale fonditore un articolo inserito nei magnifici quaderni recentemente diffusi. Non voglio quindi ripetere tutto ciò che
è stato già scritto (e ri-scritto). Ci limiteremo a ricordarne, a titolo rappresentativo, tre opere: una ancora funzionante sullo splendido campanile di Borghetto sul Mincio (Vr), un'altra di 150 kg tuttora in attività sulla torre della cattedrale di Verona e quella fusa per la "Torre del Gardello "che, per l'epoca, fu un'opera quasi titanica: il grande bronzo emette la nota Fa3 e pesa ben 1800 kg. Il giorno della colata: il 25 luglio 1370 il nostro maestro Jacopo adottò diversi accorgimenti, come la pulizia della parte medio-bassa del bronzo per rendere più pure le vibrazioni e la "pausa di fusione" all'altezza delle trecce, per far meglio assestare la grande massa bronzea appena depositata. La bellissima opera si trova al museo di Castelvecchio ed un appassionato non può che provare una forte emozione nel poterla vedere e toccare, oltre che una sicura ammirazione per il suo audace artefice: il "mago delle campane". Nel prossimo capitolo esamineremo l'ultima parte del medioevo. Non un'epoca di secoli bui, ma un'era magica e meravigliosa che, lentamente (e non senza nostalgia) ci lasciamo alle spalle.

Testi a cura di Nicola Patria

Opera di proprietà dell'archivio storico della

società campanaria di Santa Anastasia in Verona


 


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