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21/06/2008
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05/06/2008
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Altri personaggi vicini agli scaligeri

Ser Gidino da Sommacampagna

Poeta dal ManesseSer Gidino da Sommacampagna
Letterato, poeta, musico, astrologo

“Servo son sempre dela excelsa Scala
Gitome dunque sotto il suo Mastino
Dicendo, veramente: «Uciel divino
Nocivo spirto non ti tocha l’ala».”

di Rosanna Mutinelli

Gidino, il cui cognome è ignoto, nacque a Sommacampagna di Verona tra il 1320 e il 1330 da una umile stirpe. La sua vita risulta documentata fino alla fine del 1388, l’anno seguente alla perdita della signoria di Verona da parte di Antonio Della Scala.
Il padre, Manfredo, riuscì ad occupare incarichi pubblici molto importanti alla corte scaligera, allora al suo massimo splendore con Cangrande Della Scala.
Gidino seguì le orme di suo padre, fu amministratore e consigliere degli Scaligeri, ma visse in un periodo meno fortunato del suo genitore, infatti, durante l’età adulta, campò in una Verona ormai in decadenza.
La sua carriera politica inizia con Cangrande II, sotto il quale assunse una grande importanza fino a quando lo scaligero fu ucciso, nel 1359, per mano del fratello.
Maestro Marzagaia, lo storico della corte scaligera, scrisse su Gidino che, a suo parere, questi avrebbe fatto una rapida e brillante carriera alla corte per aver assecondato prontamente i vizi di Cangrande II.
Alla morte di Cangrande II succedette il fratello Cansignorio che fece quasi immediatamente imprigionare Gidino, per poi tenerlo in carcere due anni. Non si conoscono quali colpe gli furono attribuite. E’ molto probabile che il motivo principale fosse di allontanare dal potere, e di togliere dalla circolazione, un personaggio che aveva goduto della fiducia dell’ucciso, e che, potenzialmente, era nemico del signore di turno.
Gidino fu liberato dal carcere nel 1361 grazie all’intervento dell’amico Francesco Bevilacqua, del quale diventò cognato sposando in seconde nozze Feliciana Zavarise, sorella di Anna moglie del Bevilacqua, entrando così a far parte di una delle più nobili e importanti famiglie veronesi.
Purtroppo Feliciana muore presto, insieme al loro figlioletto, e Gidino sposa Caterina Falsburgo.
Con l’aiuto del cognato e con la sua abilità, Gidino tornò al potere. Alla morte di Cansignorio Della Scala ritrova la sua buona sorte: nel 1379 viene citato in un documento dell’archivio notarile di Padova in qualità di procuratore di Bartolomeo e di Antonio Della Scala, figli di Cansignorio, che giovanissimi diventano signori di Verona, i quali gli affidano importanti incarichi pubblici come fattore generale, procuratore, consigliere.
Dopo l’uccisione di Bartolomeo da parte del fratello, nel 1381, Gidino fu consigliere e amministratore di Antonio fino alla sua fuga nel 1387.
Oltre a servire gli Scaligeri, Gidino si occupò di predizione del futuro e dell’evocazione degli spiriti, ma soprattutto fu poeta, raro esponente della poesia cosiddetta “volgare”, cioè del vulgo (popolo). Nei due ultimi decenni della sua vita si colloca una fervida attività culturale e poetica, impegnata anche su questioni filosofiche, come documenta la corrispondenza con Federico di Vannozzo sulla creazione del tempo e sull’eternità del mondo.
Data l’agiatezza della famiglia, frutto di anni di duro lavoro, dell’ingegno ed abilità del padre Manfredo, Gidino ha l’opportunità di studiare per tutta la durata della sua giovinezza, imparando oltre al latino anche il francese. Conosce di sicuro le opere dei grandi poeti quali Virgilio, Ovidio e Dante, nei quali troviamo rievocazioni nel suo “Trattato”.
La sua maggiore produzione letteraria è datata negli anni in cui è al servizio di Bartolomeo e Antonio Della Scala: tra il 1381 e il 1384 scrisse il suo “Trattato dei ritmi volgari” che, seppur in alcune sue parti esalta gli Scaligeri, rappresenta un’opera importante per la poesia dell’epoca in quanto, con esso, Gidino ha inteso codificare tutte le forme poetiche predisponendo i suoi ritmi come modello dell’arte metrica più che di quella poetica.
La lingua del “Trattato” è il volgare parlato alla corte degli Scaligeri nel secolo XIV. Il contenuto si ispira alle “Metamorfosi” di Ovidio e alle vicende della famiglia Della Scala.
Gidino fu anche noto come musico e, grazie ai suoi sonetti e alle ballate, sono arrivate a noi le atmosfere e lo spirito di una Verona fine 1300.
Come la data della sua nascita, anche quella della sua morte è incerta, sembra sia deceduto intorno al 1400.

* * * * *

Nella seconda parte della Verona illustrata (III, Milano 1825), contenente la Notizia degli scrittori veronesi, Scipione Maffei rivendica a se stesso il merito di aver aggiunto un’inedita effige, quella di Gidino da Sommacampagna, all’ideale protomoteca letteraria veronese:

A trattar delle rime, cioè delle varie spezie di componimenti poetici volgari, e del modo di rimargli, primo fu Antonio di Tempo padovano, che in latino ne scrisse, e dedicò la sua fatica ad Alberto Scaligero signore anche di Padova. Secondo fu questo Gidino, e primo a trattarne in volgare. Di lui non si è più inteso il nome, e molto men l’opera; dovendosene la notizia ad un manuscritto in foglio di carta pecora, scritto in que’ tempi, e tutto illuminato ne’ margini, acquistato già da noi a Bologna.

Il canonico Giovanni Battista Carlo Giuliari, nella prefazione dell’edizione del Maffei riconobbe che quest’ultimo:

…fu il primo a far conoscere non che il libro del veronese, ma pure il nome, che nessuno avea dianzi ricordato mai […]. A Bologna una felice ventura gli pose in mano il codice, che unico ci conserva l’opera sua.

In realtà il “Trattato” era stato conosciuto, prima del Maffei, già da Giovanni Maria Barbieri.

«Ballata minima» di Gidino

Viva l’excelsa Scala.
Viva la prole diva
dela Scala ioiliva
ch’a malfar non si cala.

Viva lo suo Mastino
che come uciel divino
la ricopre con l’ala.

Viva la sua Phenice
ch’èe virtu radice
e de iusticia equala.

Viva ‘l so excelso prince
che per sua virtù vince
ciaschuna cosa mala.

Viva l’onor de Italia,
viva de virtù balia
la magnifica Scala.


«Ballata comune minore»

Arder d’amor mi face
quel Can che fuga la Lupa fallace.
Questo biancho Mastino
con l’ale d’oro sempre vola in alto;
l’excelso paladino
ch’el guida sempre tende al summo s/m/alto.
Però sansa diffalto
sempre luy servirò de cuor verace.

Explicit (del codice di Gidino)

Quivi è compiuto lo tractato, et la arte delli rithimi volgari, la quale io Gidino da Sommacampagna quanto lo omnipotente Dio me à prestato de la sua gracia òe compilato a reverentia de Dio et a laude et gloria de lo excelso e magnifico segnore meser Antonio de la Scala, a la cui magnificentia me raccomando sì come suo minimo servitore e famiglio.
Amen.

 

Bibliografia:
- Trattato e arte deli rithimi volgari , Gidino da Sommacampagna; Presentazione di Ezio Filippi, Consorzio per la gestione del sistema bibliotecario di Villafranca di Verona, La Grafica Editrice, 1993.
- Due codici miniati per Antonio Della Scala, Verona illustrata; rivista del museo di Castelvecchio, G.P. De Marchi.
- Trattato e arte deli rithimi volgari , Gidino da Sommacampagna; a cura di Gian Paolo Caprettini - Consorzio per la gestione del sistema bibliotecario di Villafranca di Verona, La Grafica Editrice, 1993.


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